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Con l'aiuto delle parole

La parola autobiografia deriva del greco authòs bìos graphein, cioè scrivere della propria vita. E' un gesto che si compie tutte le volte che mettiamo al centro dell'attenzione non solo gli avvenimenti che abbiamo vissuto, ma la storia della nostra personalità, l'evoluzione dei nostri pensieri e come abbiamo reagito alla nostra avventura esistenziale. E' un viaggio attraverso le infinite stanze della nostra memoria, luogo d’incontro con se stessi e con tutte quelle manifestazioni dell’essere umano, piacevoli o meno, che abbiamo vissuto.


Questo laboratorio vuole essere uno spazio, un momento nel quale la parola scritta diventi facilitatrice di processi di consapevolezza di se stessi, in quanto donne e uomini con una propria storia di vita unica ed importante.

 

Obiettivi:

l’Obiettivo generale del laboratorio è quello di permettere al partecipante di facilitare la visualizzazione della propria dimensione e la lettura di sé e quindi la metodologia autobiografica rappresenta il “manuale d’uso” che consente di utilizzare lo strumento “scrittura” come mezzo di conoscenza del sé.

 

Gli obiettivi specifici del laboratorio sono:

  • facilitare la lettura del ricordo e degli eventi
  • sensibilizzare il partecipante ad una dimensione del sé
  • facilitare la lettura del contesto di appartenenza da un punto di vista relazionale ed emozionale
  • facilitare l’elaborazione e la lettura critica del vissuto, “costringendo” il partecipante ad una personale e naturale ridefinizione del perimetro in cui rilegare interpretazioni, preconcetti, pregiudizi.
  • far comprendere l'importanza della scrittura come dimensione utile nell'ordinare, organizzare ed elaborare l'esperienza, anche lavorativa

 

Metodologia

Sarà suddiviso in 5 incontri da 2 ore e mezza ciascuno.

Il primo incontro, il 22 gennaio sarà di presentazione del laboratorio, nel quale si affronterà la valenza educativa della scrittura autobiografica del prendersi cura di sé, ed un piccolo escursus sull'autobiografia come genere letterario. A fine serata, chi lo vorrà, si potrà iscrivere.

Le date del laboratorio sono il 29 gennaio 2014 e 5, 12, 19 e 26 febbraio, il giorno è il mercoledì dalle 19.30 alle 22.00 presso l'Associazione Coscienza Etica di Piazza Garibaldi 5 a Pinerolo. Sarà possibile partecipare anche ad un solo o più incontri, al costo di 10€ a serata.

Per garantire un'adeguata partecipazione è necessario che il numero dei partecipanti sia limitato alle 15 persone. Sarà necessario togliersi le scarpe e per questo l'associazione metterà a disposizione le pantofole per non rovinare il pavimento delicato. Per chi è interessato è necessaria una pre-iscrizione, gratuita, tramite una telefonata o una e-mail.

Ogni sollecitazione sarà spiegata e raccontata e i partecipanti dovranno sentirsi a proprio agio.

 

Ogni giornata sarà caratterizzata dalle seguenti fasi:

  • accoglienza, (dalla seconda giornata scrittura diaristica)
  • sollecitazione (o scrittura o gioco),
  • restituzione,
  • sollecitazione (o scrittura o gioco),
  • restituzione,
  • sollecitazione (o scrittura o gioco),
  • restituzione,
  • conclusione.

 

La ripetibilità delle fasi si rende necessaria per poter programmare in dettaglio le attività, tuttavia la necessità di mantenere una attenzione del gruppo e l’esigenza del formatore di stupire i partecipanti si giocherà sulla varietà dei giochi e delle sollecitazioni di scrittura e su una parte di originalità che il conduttore saprà “giocarsi” all’interno del gruppo leggendone le dinamiche ed i messaggi verbali e non verbali che il gruppo metterà in gioco.

 

Alcuni contributi di letture che hanno anticipato le scritture.

Prima di iniziare un brano tratto da Autoformazione in età adulta. Fernando Pessoa e la scrittura di sé di Emanuela Mancino:

La penna ci racconta di noi e di quel che più ci è oscuro; per questo una modesta matita può e sa mostrarci, ogni volta, diversi e nuovi in quel che pensiamo di essere o di essere stati. Siamo quindi sempre una scrittura potenziale, in attesa che l’autore che non sappiamo di essere si decida ad avvalersene. Quando incominciamo a scrivere di quel che andiamo vivendo scopriamo d’essere i più autentici destinatari, i primi attori ed interpreti di quanto già ci appartiene di diritto. La penna cuce ferite senza rimarginarle del tutto, consentendoci di vederle in faccia con il coraggio di ricominciare senza volerle cancellare. Così facendo ci sentiamo a casa e, in poche righe, ne cresciamo.

 

Introduzione del tema con un prestito narrativo tratto da Tagliato per l'esilio di Karim Metref. 

“Sono nato in esilio sulla terra dei miei avi. Il 25 novembre del 1967 nascevo all'ospedale di Tizi-Ouzou (centro nord dell'Algeria). Mia madre, probabilmente sotto l'influenza di qualche infermiera amante del cinema egiziano, mi diede il nome di Karim, perché faceva più chic, all'epoca. In quelli primi anni d'indipendenza inzuppata di nazionalismo arabo, i nostri buoni vecchi nomi Cabili (Mohand, Belaid, Kaci, Hamu...) erano diventati obsoleti, la moda era dei nomi mediorientali...Già il nome mi portava lontano dalle mie terre, dalle mie montagne.”

 

Dono letterario tratto da Possiedo la mia anima di Nadia Fusini. 

“Di quando ero bambina ricorda la sensazione di stare raccolta dentro un acino d’uva. Le pareva di vedere le cose che accadevano al di là di un velo giallo semitrasparente, una membrana che non la separava dal mondo esterno; piuttosto con quel mondo la teneva in rapporto: era un conduttore sensibile di visioni, suoni e contatti, che le dava l’esperienza simultanea di protezione e interezza. Dentro l’acino toccava l’umido della polpa, la bagnava il succo, mentre la pellicola dell’acino la proteggeva. Come da dentro grandi bolle di vetro alla Bosch lei guardava fuori, e la visione era sferica. Vedeva forme di petali incurvati, un mondo grande, indistinto, di forme e figure che le colpivano al medesimo tempo la vista e l’udito. In una sinestesia travolgente alle immagini si univano i suoni, che uscivano dai petali, dalle foglie. Ma sono propriamente ricordi? E di quando? Era già nata, o era ancora nel ventre della madre?”

 

Un brano tratto da Una donna di Ragusa di Maria Occhipinti. 

“Cosa volevo, cosa cercavo, nessuno poteva capirlo. Ma a me mancava la musica, l'arte, la poesia. Avevo fame di queste cose e non sapevo dirlo, perché erano cose sconosciute in quel mondo di primitivi e di selvaggi. Qualcuno consigliò a mia madre di trattarmi come si trattano i cavalli falsi: poco mangiare e molto lavoro. Così mi sarebbero svaniti i fumi dell'età. E mia madre mi considerò appunto come una giumenta da domare, sicura che mi sarebbero passate quelle idee pericolose che portano al disonore e alla perdizione. Finii per ammalarmi di cuore, di nervi, a 15 anni ero divenuta insopportabile a me stessa e agli altri. Mi credettero una squilibrata. Poi nessuno mi badò. Ero condannata a vivere tra aridi e pesanti macigni. Non conobbi le tenerezze di una madre ed ora che conosco le cause di tale freddezza ho solo pietà dei miei genitori, vittime anche loro di una secolare schiavitù nella quale gli uomini sono diventati insensibili e incoscienti come pietre”

 

Dono narrativo tratto da Con gli occhi del nemico di D. Grossman. 

“io scrivo e scopro che il fatto di scrivere mi da libertà, il mondo non mi si rinchiude addosso, mi apre davanti, torno a immaginare, io scrivo anche di ciò di cui non ci può essere consolazione, io scrivo e mi compiaccio della ricchezza di un linguaggio personale vero e intimo, io scrivo e mi rendo conto che un uso appropriato e preciso delle parole è per me una sorta di medicina.”

 

Un prestito narrativo tratto da La storia della mia vita di Helen Keller. 

“Quel giardino di antico stampo fu il paradiso della mia infanzia. Anche prima che venisse la mia maestra, ero solita andare in esplorazione lungo le rigide siepi di bosso per cercarvi, guidata dall'odorato, le prime violette ed i gigli appena sbocciati. Là andavo a cercare conforto dopo ogni crisi di pianto, nascondendo il volto in fiamme tra le frescura dell'erba e delle foglie. Che gioia provavo a perdermi in quel giardino fiorito, a vagabondare qua e là finché, arrivando improvvisamente sotto una bella vite, la riconoscevo dalle foglie e dai fiori e capivo che era quella che copriva il padiglione diroccato situato all'estremo limite del giardino. Lì strisciavano le clematidi, pendevano i gelsomini e si aprivano quei bellissimi fiori rari. Che son detti gigli papilionacei perché i loro fragili petali assomigliano alle ali delle farfalle”

 

Maria Zambrano, Chiari di bosco. 

“Lo scrivere diventa il contrario di parlare. Si parla per soddisfare una necessità momentanea immediata e parlando ci rendiamo prigionieri di ciò che abbiamo pronunciato. Nello scrivere, invece, si trova liberazione e durevolezza.

Salvare le parole dalla loro esistenza momentanea, transitoria, e condurle nella nostra riconciliazione verso ciò che è durevole, è il compito di chi scrive. La verità di ciò che accade nel seno nascosto del tempo è silenzio delle vite e che non può essere detto. Ma è proprio ciò che non si può dire che bisogna scrivere.”

 

Gian Piero Quaglino, La scuola della vita. 

“La narrazione, dunque, si impone come il più solido ancoraggio al quale ancorare la nostra vita, in tutti i sensi. In quello dell’assicurarla saldamente, e così mantenerla stabile a dispetto di ogni vento che la trascini al largo, in mare aperto e di ogni onda che possa rovesciarla o sommergerla. Ma anche in quello dello star dietro alla preda o di seguire le tracce del fuggitivo per ricondurlo in custodia. Ormeggiare che è, in altre parole, al tempo stesso legare e relegare, immobilizzare e neutralizzare, mettere al sicuro e arrestare. Che cosa? Ma è evidente, tutto ciò che nella nostra vita si presenta come imprevisto e inatteso. Tutto ciò che è stranezza e assurdità, sobbalzo e soprassalto, stortura e torsione. Come la stella della sera, nei versi della grande poetessa (Saffo). Tutto riporta a casa la narrazione, nella casa dell’identità. Solo il racconto può far tornare tutti i conti.”

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