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Assetati di storie

Questa giornata l'abbiamo chiamata “La scrittura tra espressione e cura” perché è ormai assodato il legame forte della scrittura con la cura di sé e del sé rivelando in questo modo la sua valenza terapeutica. I termini cura e terapeutica li sto usando nella loro accezione più ampia e inserendoli in un contesto pedagogico. Per spiegare meglio questo concetto dobbiamo andare indietro nel tempo. A quando i greci coniarono la frase epimelestai eauton (occupati di te stesso) o i latini, molto più tardi, ormai agli albori del Cristianesimo, scoprirono che l'Otium era la mediciana dell'anima e del corpo (era cura sui).

 

La scrittura tra espressione e cura

Quando abbiamo pensato a questa giornata volevamo creare un percorso che ci aiutasse a comprendere come può la scrittura essere uno strumento di cura.

Per far questo bisogna andare indietro nel tempo, nel passaggio tra la tradizione orale e l'inizio della scrittura. Senza spingermi molto nei particolari a noi interessa sapere che l'invenzione della scrittura portò ad un cambiamento epocale: ha permesso la rielaborazione del proprio pensiero, fatto che nella tradizione orale non successe perché la parola parlata, se pur importante e basilare per la comunicazione, non si ferma, si scioglie nell'aria. Non la si può più guardare.

Con la scrittura quindi abbiamo la nascita dell'individuo “che pensa pensieri suoi”, perché la parola scritta rende visibile, osservabile, trattabile il contenuto del testo: permette di passare in rassegna ciò che è stato scritto, riordinarlo e riorganizzarlo in diverse maniere.

Gli studi filosofici, psicologici e pedagogici degli ultimi decenni hanno portato a galla il legame forte della scrittura con la cura di sé e del sé rivelando la sua valenza terapeutica.

Quindi perché cura?

Quando scriviamo un racconto, una filastrocca, una poesia o ci lasciamo andare a scrivere senza un perché, senza un progetto ben preciso, scriviamo sempre di noi anche se le parole impresse sul foglio sembrano non essere così personali.

Scrivere di noi stessi, come nel caso della scrittura autobiografica quindi ci dà l'opportunità di vederci vivere sul foglio, ci vediamo agire, amare, fare delle cose e questa distanza, tra noi che scriviamo e noi che viviamo sul foglio, crea riflessività e dunque pensiero, ponendoci per esempio la domanda: come sono diventato/a ciò che sono? La penna nel momento in cui la lasciamo scivolare liberamente sul foglio ci consiglia di rallentare il passo, dobbiamo inesorabilmente fermarci e fare silenzio dentro e fuori di noi.

Una facoltà della scrittura autobiografica è costituita dal provare piacere nel ricordare. Le immagini ricompaiono sbiadite, crepuscolari, sfumate nei contorni: quasi inconsistenti e vaghe. Anche i ricordi più nitidi posseggono questa caratteristica nei toni e nei suoni. Entrare con la mente e il corpo nelle dissolvenze – la sensazione è fisica, totale, unanime tra pensiero e percezioni – e, soprattutto, non essere infastiditi, non temere il loro stimolo regressivo e puerile, innocente e innocuo, è sintomo inequivocabile della disponibilità al distacco dai fastidi quotidiani.

Fa bene infatti comunicare agli altri, e non tenerle tutte dentro di sé, queste storie evanescenti. Non mi riferisco soltanto al gusto di raccontare, dell'avvincere gli altri con le nostre storie e avventure, ma al benessere che il raccontare del nostro passato, sviluppa e conferma la nostra identità adulta.

Dovrei mettere i pensieri nella culla della loro origine, perché appaiono più naturali. Può darsi che così io dia loro un accento diverso. Non voglio correggere niente ma voglio recuperare la vita che accompagna quei pensieri, richiamarla e farla rifluire in essi.

Elias Canetti, il cuore segreto dell'orologio.

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