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Memomù 2016

Laboratori e Duccio Demetrio

2016

 

Prima edizione quella del 2016, organizzata con tanto entusiasmo e voglia di far emergere un tema, quello della scrittura autobiografica, ad un pubblico più vasto. Ha visto le conduzione di due laboratori, il primo era sulle scritture femminili "Una stanza tutta per me" ed il secondo aperto a tutti/e chiamato "Le parole ci dicono"

 

Una stanza tutta per me.

Questo labortorio ha voluto toccare alcuni punti nodali del vivere femminile: un punto di vista femminile sul mondo, il rapporto con la funzione materna e la dimansione paterna e i mutamenti che avvengono nel corso della propria esistenza. Per le proposte di scritture ci siamo fatti aiutare da letture che nel tempo ho raccolto conducendo e frequanando la LUA.

 

Un brano, come introduzione, dal libro Autoformazione in età adulta. Fernando Pessoa e la scrittura di sé di Emanuela Mancino

La penna ci racconta di noi e di quel che più ci è oscuro; per questo una modesta matita può e sa mostrarci, ogni volta, diversi e nuovi in quel che pensiamo di essere o di essere stati. Siamo quindi sempre una scrittura potenziale, in attesa che l’autore che non sappiamo di essere si decida ad avvalersene. Quando incominciamo a scrivere di quel che andiamo vivendo scopriamo d’essere i più autentici destinatari, i primi attori ed interpreti di quanto già ci appartiene di diritto.La penna cuce ferite senza rimarginarle del tutto, consentendoci di vederle in faccia con il coraggio di ricominciare senza volerle cancellare. Così facendo ci sentiamo a casa e, in poche righe, ne cresciamo.”

Per introdurre il tema del nome un dono narrativo tratto da Tagliato per l'esilio di Karim Metref

Sono nato in esilio sulla terra dei miei avi. Il 25 novembre del 1967 nascevo all'ospedale di Tizi-Ouzou (centro-nord dell'Algeria). Mia madre, probabilmente sotto l'influenza di qualche infermiera, amante del cinema egizioano, mi diede il nome di Karim, percgè faceva più chic, all'epoca. In quelli primi anni d'indipendenza inzuppata di nazionalismo arabo, i nostri buoni vecchi nomi Cabili (Mohand, Belaid, Kaci, Hamu...) erano diventati obsoleti, la moda era dei nomi mediorientali. Già il mio nome mi portava lontano dalle mie terre, dalle mie montagne...

Un dono narrativo tratto da I volti dell'amore di Nadia Fusini

Il volto non è il nome proprio, è un che di più essenziale del nome; non è l'identità, è semmai l'alterità, il segno umano per eccellenza. Un volto può attraversare la mia strada e rimanere anonimo – sarà per sempre l'altro, l'estraneo, non lo conoscerò mai. Eppure, per un istante avendo bucato l'indifferenza del mio sguardo, mi a risvegliato dal sonno della vita, mi ha salvato dalla opaca monotonia quaotidiana. Ho visto qualcuno, qualcuno ha arrestato l'inquieto trascorrere dei miei occhi da una superficie a un'altra. Io gli sono grata”.

 

Le parole ci dicono.

Questo secondo labaratorio ha richiesto ai partepanti di affrontare temi, chiamati pagine come: la pagina delle sensazioni più antiche (gli odori, i suoni, i colori); le pagine degli interni fondamentali( i luoghi dell'intimità, stanze, cortili, vicoli, cunicoli, ecc); la pagna delle cose belle; la pagina delle tragressioni, la pagina degli oggetti e dei viaggi.

 

Il secondo momento pubblico, quello che ha catalizzato più l'attenzione è stata la presentazione del libro di Duccio Demetrio, Green Autobiography.

 

 

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