fbpx

Scrittura autobiografica - memomù 2017

Quando spolveri il sacro ripostiglio
che chiamiamo "memoria"
scegli una scopa molto rispettosa
e fallo in gran silenzio.
Sarà un lavoro pieno di sorprese 
oltre all'identità
potrebbe darsi
che altri interlocutori si presentino 
Di quel regno la polvere è silente 
sfidarla non conviene 
tu non puoi sopraffarla - invece lei
può ammutolire te..

 

Emily Dickinson

 

 

.

CHE COS'È LA SCRITTURA AUTOBIOGRAFICA

La parola autobiografia deriva del greco authòs bìos graphein, cioè scrivere della propria vita. E' un gesto che si compie tutte le volte che mettiamo al centro dell'attenzione non solo gli avvenimenti che abbiamo vissuto, ma la storia della nostra personalità, l'evoluzione dei nostri pensieri e come abbiamo reagito alla nostra avventura esistenziale. E' un viaggio attraverso le infinite stanze della nostra memoria, luogo d’incontro con se stessi e con tutte quelle manifestazioni dell’essere umano, piacevoli o meno, che abbiamo vissuto.

L'autobiografia è ormai divenuta uno dei grandi temi della ricerca contemporanea. In letteratura, in sociologia, nella psicologia, ma anche nella storia e soprattutto nella pedagogia. Le ragioni di questo interessamento sono molteplici, ma una prevale su tutte: il ritorno al centro del soggetto nella cultura contemporanea. L'epoca del dopo-le-ideologie mostra in modo evidente la crisi del soggetto, con la necessità ormai non più rinviabile di trovare nuovi percorsi esistenziali, di porsi domande mai fatte sulla propria identità per assumersi in prima persona la cura di sé come rielaborazione di una più personale traiettoria di senso. Scrivere di se stessi permette, quindi, alla nostra interiorità di materializzarsi sul foglio, con l'aiuto delle parole e dona forma e sostanza ai ricordi e ai pensieri intrisi di vissuti ed emozioni. Ed è proprio grazie alla scrittura che i nostri ricordi più intimi si liberano, a volte si scoprono dimensioni differenti, ci si può addirittura meravigliare, perché la penna ti porta in luoghi della tua anima che non potresti visitare se non attraverso la pratica silenziosa e solitaria della scrittura autobiografica.

Narrare se stessi, attraverso la scrittura, vuol dire anche assistere allo spettacolo della nostra vita, ci si “vede” come in un film il cui montaggio e la cui sceneggiatura non sono dati, con i fotogrammi in bianco e nero o a colori, sbiaditi o accesi, a seconda che i nostri ricordi siano subito rintracciabili o abbiano bisogno di tempo e di silenzio per venire a galla. Il bisogno di scrivere è anche un tentativo di padroneggiare meglio la situazione: perché non solo ci aiuta a capirla meglio ma perché ha una funzione catartica, liberatoria, perché scrivendo ci distanziamo dai problemi e li possiamo padroneggiare.

Quando partecipiamo ad un laboratorio o dischiudiamo le porte della nostra vita alla scrittura autobiografica abbiamo la netta sensazione di fare qualcosa di bello per noi, di fermarci per un attimo pensando solo a noi stessi, fuori dai rumori, a volta fastidiosi, che tutti i giorni ci fanno compagnia. Il silenzio della scrittura diventa quindi una forma di ascesi, una condizione essenziale di lotta contro l'oblio. I ricordi che ne scaturiscono danno luogo a significati, che forse non conoscevamo, e che a loro volta si trasformano in storie. Questo processo riconcilia con quanto si è stati e procura all'autore emozioni di quiete, e quindi in un certo modo lo cura: lo fa sentire meglio attraverso il raccontarsi e il raccontare che diventano quasi forme di liberazione e di ricongiungimento. Perché l’azione del ripensare a ciò che abbiamo vissuto, crea un altro da noi. Lo vediamo agire, sbagliare, amare, soffrire, godere, mentire, ammalarsi e gioire: quindi ci sdoppiamo, ci moltiplichiamo e ogni autobiografia è stata scritta perché l’autore aveva bisogno di attribuirsi un significato, anzi più di uno, e presentarsi al mondo.

Un aspetto importante che avviene è quello dell'autoformazione, perché le parole della nostra vita ci aiutano a scavare dentro di noi e ai nostri saperi nascosti e a tirarli fuori mettendo in atto una rielaborazione, risignificazione, risistemazione delle esperienze. È attraverso la narrazione di sé e dei propri sentimenti che possiamo cercare di metterci davvero in relazione con gli altri. La scrittura e la narrazione autobiografica fanno sì che i ricordi vengano isolati, quasi illuminati, poi che vengano messi in ordine, in sequenza e infine collocati in qualche luogo (contestualizzazione). La mente opera ancora una concatenazione dei ricordi e una loro risignificazione. Infatti, una volta scritto un frammento, o una parte della mia storia, lo inserirò diversamente da prima nel mio vissuto agendo un cambiamento.

L’altro aspetto importante che bisogna tener presente è quello della cura, che si manifesta nel fatto che la scrittura permette di far decantare sulla pagina, di far uscire fuori di sé quello che dentro è in tumulto. Una volta che abbiamo reso oggettivo quel frammento, lo possiamo guardare con un po’ più di distacco e distanza e ci farà meno paura. La scrittura insomma ci permette di “fare i conti” o di aprirli, anche con le esperienze e i ricordi più dolorosi, di dargli un significato in un contesto, di accettarli finalmente.

 

La scrittura autobiografica è quindi una pratica formativa per tutti e per ciascuno, nessuno escluso.

 

 

...alcuni aspetti fondamentali della scrittura autobiografica

 

1°. A lasciare una traccia di noi, un' impronta della nostra storia, lasciare ricordi che possono essere trasmessi ad altri.

2°. L' autobiografia è anche provare un benessere attraverso la scrittura, quando la scrittura ci aiuta a superare momenti di disagio, esistenziale e professionale noi diciamo che l'autobiografia è una forma di cura.

3°. Possiamo arricchire ancora di “sapere” la nostra mente, la nostra vita, quindi diciamo che l'autobiografia rimette in moto il nostro pensiero, la nostra voglia di guardarci attorno e la nostra voglia di occuparci delle storie altrui.

 

Scrivere di sé è esercitare la memoria, andando a pescare nel passato cose che sembravano dimenticate. È dare valore alle proprie esperienze, alle scelte fatte, ai problemi superati, è incrementare l’autostima. È elaborazione di lutti e sofferenze, è riscoperta di eventi felici, è “urlo di dolore” o grida di gioia ed accettazione di tutto questo.

 

 

 

COSA SUCCEDE IN UN LABORATORIO

 

Partecipare ad un laboratorio di scrittura di sé vuol dire prima di tutto impegnarsi, in una semplice ma a volte difficile azione: prendersi del tempo per se stessi. Riuscire ad arrivare a questo punto è già un ottimo punto di partenza.

Ma cosa succede? Come è scandito il tempo? E soprattutto qual'è il ruolo del conduttore? Il principio fondante è che si scrive individualmente ma insieme e, la scrittura è il medium d’elezione. Ognuno scriverà di sé sulla base delle sollecitazioni proposte; questo viene però sempre fatto all’interno della coralità del gruppo, per questo verranno sollecitati anche momenti di condivisione. La condivisione non è obbligatoria ma auspicabile poiché presumibilmente ognuno è mosso da un’intenzione simile nell’approcciare la scrittura autobiografica. E’, dunque, un’opportunità quella di poter offrire oralmente anche agli altri l’esperienza individuale che si è fatta. L’ascolto da parte degli altri è un ascolto attivo nel quale ci si lascia penetrare dalle parole, a mente sgombra da ogni forma di giudizio o pregiudizio, coltivando l’epoché cara ai greci. Si resta semplicemente in osservazione delle risonanze e/o dissonanze, senza echi, interpretazioni o psicologismi. Quindi diventano importanti la sospensione del giudizio e la condivisione facoltativa delle scritture.

 

Il gruppo è anche un contenitore, dove posso esprimere alcuni episodi, emozioni anche difficili, sapendo che lo posso fare perché non c’è giudizio, c’è un clima di fiducia oltre che un raccoglimento, un’intimità.

 

Primo compito di un conduttore è quello di creare un buon clima e un buon senso di appartenenza all’interno del gruppo. Il gruppo si forma gradualmente, questo significa saper regolare le richieste di esposizione degli appartenenti al gruppo. Se per esempio parto con una sollecitazione molto forte e chiedo subito di condividerla forzo una situazione che non è naturale che ci sia, perché la fiducia non è data a priori, ma va conquistata e costruita gradatamente.

Ogni gruppo ha un suo profilo, una sua identità. Il conduttore è una specie di garante che ha il compito di stabilire, tutelare e ribadire fin dall’inizio il patto autobiografico e salvaguardare le persone da “interpretazioni selvagge”, che ci possono essere incautamente, all’interno del gruppo.

Se il conduttore riesce a mantenere questo livello di ascolto nel gruppo, ha già raggiunto un ottimo risultato, perché ha permesso alle persone che partecipano di ascoltarsi, di ascoltare in maniera attenta, partecipe, aperta, le proprie scritture. Come conduttori dobbiamo permettere che le persone apprendano dall’esperienza che stanno facendo in maniera maieutica.

Il conduttore sta sempre su un continuum tra implicazione e distanza. Un aspetto contenitivo importantissimo è dato dal ritmo: dai tempi e dal rispetto dei tempi, dai riti di inizio e di chiusura. Fondamentale per il conduttore è avere orecchio per questo ritmo; che è un ritmo tra scrittura e silenzio, di equilibrio tra questi due aspetti.

Tutti questi elementi espressi sono centrali e importantissimi a partire dall’ascolto empatico. Il conduttore non invasivo è colui che sta tra, che è sempre sulla soglia, è un presenza che contiene e mantiene, ma nello stesso tempo deve riuscire a sottrarsi quanto basta per permettere alle persone che partecipano di vivere pienamente il proprio spazio. Il conduttore di un laboratorio autobiografico è detentore di un non sapere. Non trasmette ma aiuta e facilita le persone a giungere, attraverso un processo lento, maieutico, alla propria verità narrativa di quel momento della loro vita. E’ un accompagnatore di un processo. Un processo che è un prender forma, con tutti gli entusiasmi iniziali, le ansie di una forma che magari in quel momento non c’è. Deve cercare di essere distante tra intervenire ed ascoltare.

Ci sono diversi stili di conduzione: si può intervenire solo sull’ascolto, cioè sul creare una buona situazione di ascolto nel gruppo, e già questa è una forma di restituzione per la singola persona, senza intervenire direttamente sulle scritture. Oppure ci possono essere anche altre forme di restituzione che consistono nel porre domande che rilanciano ponendo l’attenzione del partecipante e del gruppo su un aspetto invece che un altro, come può essere una nuova prospettiva o qualcosa che manca rispetto alle scritture. Quindi si può graduare e articolare in maniera differente più stili di conduzione mantenendo però l’aspetto del non invasivo, non interpretativo; sempre ben ancorati ad un attitudine profondamente maieutica, che significa stare in punta di piedi, dare massima fiducia e responsabilità alle persone, attivando un processo il cui protagonista è il partecipante.

 

DIARI & LETTERE

DIARIO: Chi tiene un diario personale è spinto dal desiderio di esprimersi sulla pagina bianca, di fissare gli avvenimenti che stanno accadendo, di confidare emozioni, stati d’animo e pensieri, di provare a raccontare se stesso per riflettere emettere in ordine i propri sentimenti. Potremmo dire che il Diario è una Cronaca di noi stessi.
La parola Diario deriva dalla parola latina “Dies” – giorno – e viene quindi oggi utilizzata per il resoconto che scriviamo su di noi e sulla nostra vita giorno per giorno.

 

CARATTERISTICHE DEL DIARIO:

  • E’ scritto in prima persona; in modo semplice e diretto;
  • Prima di scrivere il resoconto, si indica la data, l’ora ed il giorno della settimana del momento in cui si inizia a riportare su carta le nostre avventure;
  • E’ scritto in presa diretta: si narrano gli avvenimenti recenti, appena accaduti, riflettendo magari sulle conseguenze future, ma senza averne effettiva certezza;
  • E’ scritto da un punto di vista soggettivo: chi tiene il diario è il protagonista della storia e tutto ciò che viene trascritto è narrato attraverso i suoi occhi (risulta quindi molto personale ma anche poco obiettivo, purtroppo!);
  • Spesso alcune notizie vengono sottintese, perché se parliamo a noi stessi, effettivamente, si sa a cosa ci si riferisce; alcuni evitano di scrivere ogni singolo avvenimento, facendo però piccoli riferimenti anche per evitare che terzi conoscano vicende così personali.

 

 

 

LA LETTERA: la Missiva, l’Epistola sono tutte parole che indicano quella comunicazione scritta tra chi Spedisce la lettera (mittente) e chi la riceve (destinatario). Oggi come oggi la lettera viene riconosciuta anche nella e-mail.

 

CARATTERISTICHE DELLA LETTERA:

  • La Lettera si apre precisando la data ed il luogo in cui la si scrive;
  • Il linguaggio utilizzato dipende dal destinatario del messaggio, quindi può essere sia formale che informale, ricercato o semplice, forbito o colloquiale;
  • Ha una specifica forma di apertura: Caro Amico, Gentile Sig. , Egregio Direttore… etc etc;
  • Il corpo della lettera si divide in:1) Parte Introduttiva; 2) Corpo Centrale e 3) Parte Conclusiva;
  • Tendenzialmente al termine del messaggio ci si firma e dopo la firma, se occorre, ci si aggiunge un PS – preso dal latino, Post Scriptum, letteralmente dopo lo scritto.

 

 

LETTURE

 

Autobiografie

Una donna di Ragusa di Maria Occhipinti

Memorie d'una ragazza perbene di Simone de Beauvoir

La storia della mia vita di Helen Keller

Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust

La valigia di mio padre di Orhan Pamuk

Educazione di una canaglia di Edward Bunker

Care memorie di Marguerita Yourcenar

 

Lettere

Il Diario di Etty Hillesum

Lettere alla cugina di Mozart

L'arte perduta di scrivere lettere

 

Diari

Il diario di Frida Kahlo

Diario di campagna di una signora inglese del primo novecento di Edith Holden

Il Diario di Etty Hillesum

Il diario di Luca di Luca Desiato

Scusa i mancati giorni di Daniele Leandri

 

 

 

SCRIVO PERCHÉ

Anche quando non si scrive di Sè in prima persona, gli scrittori fanno un po' parte dei loro personaggi. Alla domanda -perchè scrive?- ecco cosa hanno risposto

Shalom Auslander
Per evitare di uccidere me e/o gli altri. Per ora sta funzionando. Per ora.

Andrea Camilleri
Scrivo perché è sempre meglio che scaricare casse al mercato centrale. Scrivo perché non so fare altro.
Scrivo perché dopo posso dedicare i libri ai miei nipoti. Scrivo perché così mi ricordo di tutte le persone che ho amato. Scrivo perché mi piace raccontarmi storie. Scrivo perché mi piace raccontare storie.
Scrivo perché alla fine posso prendermi la mia birra. Scrivo per restituire qualcosa di tutto quello che ho letto.Umberto Eco
Perché mi piace.Nathan Englander
Scrivo per fare un po' d'ordine nel caos.Ken Follett
Quando mi sveglio la mattina la prima cosa che penso è di scrivere la prossima scena del mio libro. È quello che mi diverte di più. È fantastico dedicarsi a qualcosa che uno sa di fare bene. Mi diverto scrivendo, ma "divertirsi" è una parola che non dà del tutto l'idea. L'atto di scrivere mi appassiona. Coinvolge tutto il mio intelletto, le mie emozioni e comprende tutto quello che so del mondo e di come funziona l'essere umano. Tutto fa parte della sfida per accattivare i miei lettori. Il mio lavoro mi assorbe totalmente.Mark Haddon
Fiction, poesia, teatro, pittura, disegno, fotografia... in realtà non importa. Un giorno che non riesco a fare qualcosa, per piccola che sia, mi sembra un giorno sprecato. Una settimana senza creare nessun tipo di arte mi risulta assolutamente dolorosa. A volte può sembrare una benedizione essere così, sapere con tanta certezza quello che voglio fare. Ma spesso è una sofferenza perché sapere ciò che vuoi non è lo stesso che sapere come fare.
Potrei essermi dedicato a qualsiasi altra cosa, salvo che non mi sento in condizione. Odio che mi dicano quello che devo fare e quando devo farlo, anche se mi diverto in compagnia, ho bisogno di trascorrere diverse ore al giorno da solo, a pensare soltanto. Per questo non sono mai riuscito a conservare un lavoro "vero" per più di sei settimane.
Perché scrivo? L'unica risposta è perché non posso fare altro.Adam Haslett
Scrivo per viaggiare nelle vite degli altri.

Javier Marías
Come ho già detto in molte occasioni, scrivo per non avere un capo e non vedermi obbligato ad alzarmi presto. Ma anche perché non ci sono molte altre cose che sappia fare e lo preferisco e mi diverte più che tradurre o insegnare, cose che, all'apparenza, sì so fare. O sapevo fare, sono occupazioni del passato.
Scrivo anche per non dovere quasi niente a quasi nessuno e per non dover salutare chi non voglio salutare.
Perché credo di pensare meglio davanti alla macchina da scrivere che in qualsiasi altro luogo o situazione.
Scrivo romanzi perché la fiction ha la facoltà di insegnarci ciò che non conosciamo e ciò che non è dato, come dice un personaggio del romanzo che ho appena concluso. E perché l'immaginario aiuta molto a comprendere quello che ci accade, che si è soliti chiamare "realtà".
Quello che non faccio è scrivere per esigenza. Potrei trascorrere anni tranquillo senza scrivere una riga. Ma in qualcosa bisogna occupare il tempo ed è necessario guadagnare qualche soldo. Scrivo anche per questo.Colum McCann
Scrivo perché il mondo non è ancora compiuto e le storie non sono state raccontate tutte: l'abilità di scrivere è nell'immaginare che i fatti continuano ad accadere e che esistono ancora infinite storie.Patrick McGrath
Scrivo per dare forma alle creazioni della mia immaginazione che altrimenti morirebbero nel silenzio e nel buio.Stefan Merrill Block
Scrivo perché la scrittura è l'unico posto dove sento di avere un senso.Amélie Nothomb
Mi chiedono perché ho scelto di scrivere. Io non l'ho scelto. È la stessa cosa che innamorarsi. Si sa che non è una buona idea e uno non sa come ci è arrivato, ma quanto meno deve provarci. Gli si dedica tutta l'energia, tutti i pensieri, tutto il tempo. Scrivere è un atto e, come l'amore, è qualcosa che si fa. Non se ne conoscono le istruzioni per l'uso così si inventa perché necessariamente devi trovare un mezzo per farlo, un mezzo per riuscirci.Valeria Parrella
È la mia sacca di libertà. È l'unico momento in cui mi sento veramente libera. Quando scrivo non mi faccio nessun tipo di scrupolo: non penso mai se posso o non posso dire una cosa che voglio dire. Ed è l'unico caso in cui mi comporto così. Questo motivo è pre pubblicazione quindi credo sia quello di fondo. Poi possiamo parlarne per mesi.Wole Soyinka
Vari anni fa, mi trovai a dover rispondere alla stessa domanda per il giornale francese Libération. In quell'occasione, dissi: "Credo che sia per quell'essere masochista che porto dentro di me". Da allora, non ho avuto alcun motivo di cambiare risposta.

Antonio Tabucchi
Preferirei formulare la domanda così: perché si scrive? Tempo fa, quando ero giovane ascoltai Samuel Beckett rispondere: "Non mi rimane altro". Le risposte possibili sono tutte valide, ma con un punto interrogativo. Scriviamo perché temiamo la morte? Perché abbiamo paura di vivere? Perché abbiamo nostalgia dell'infanzia? Perché il passato è fuggito in fretta o perché vogliamo fermarlo? Scriviamo perché a causa della vecchiaia sentiamo nostalgia, rammarico? Perché vorremmo aver fatto una cosa e non l'abbiamo fatta o perché non dovremmo aver fatto qualcosa che abbiamo fatto e non avremmo dovuto? Perché stiamo qui e vogliamo stare lì e se stessimo lì non sarebbe stato meglio per noi restare qui? Come diceva Baudelaire: la vita è un ospedale dove ogni malato vuole cambiare letto. Uno crede che potrebbe guarire più in fretta se si trovasse accanto alla finestra e un altro pensa che starebbe meglio vicino al riscaldamento.Adam Thirlwell
Scrivo perché non c'è piacere paragonabile a quello di inventare lettori immaginari.Mario Vargas Llosa
Scrivo perché imparai a leggere da bambino e la lettura mi procurò tanto piacere, mi fece vivere esperienze tanto entusiasmanti, trasformò la mia vita in una maniera così meravigliosa che credo che la mia vocazione letteraria fu una sorta di traspirazione, di derivazione da quella enorme felicità che mi dava la lettura.
In un certo modo, la scrittura è stata come il rovescio o il completamento indispensabile della lettura, che per me continua a essere la massima esperienza di arricchimento, quella che più mi aiuta ad affrontare qualsiasi tipo di avversità o fallimento. D'altra parte, scrivere, che all'inizio è un'attività che si mischia alla tua vita con le altre, con la pratica diventa il tuo modo di vivere, l'attività centrale, quella che organizza del tutto la tua vita.
La famosa frase di Flaubert che sempre cito: "Scrivere è un modo di vivere". Nel mio caso è stato esattamente così. È diventato il centro di tutto ciò che faccio al punto che non concepirei una vita senza la scrittura e, ovviamente, senza il suo complemento indispensabile, la lettura.

 

 

ALCUNE RIFLESSIONI SULLA SCRITTURA

 

Pamuk – La valigia di mio padre

Scrivere è trasmettere questo sguardo interiore alle parole, ricercare un nuovo mondo nella propria mente con pazienza, ostinazione e gioia. Quando passo giorni, mesi, anni scrivendo lentamente le mie parole su un foglio bianco, seduto al tavolo, sento di costruire un nuovo mondo, una nuova persona dentro di me, proprio come coloro che costruiscono un ponte o una cupola pietra su pietra. Le pietre di noi scrittori sono le parole. Le tocchiamo, sentiamo il rapporto che hanno tra di loro, qualche volta le guardiamo da lontano, qualche volta le accarezziamo con le dita o con la punta della penna, le pesiamo, le sistemiamo e così per anni, con determinazione, pazienza e speranza costruiamo nuovi mondi.”

 

Oliver Sacks affermava che “Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità, il cui senso è la nostra vita. Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce e vive un racconto, e che questo racconto è noi stessi, la nostra identità. Per essere noi stessi, dobbiamo avere noi stessi, possedere, se necessario ripossedere, la storia del nostro vissuto. Dobbiamo ripetere noi stessi, nel senso etimologico del termine, rievocare il dramma interiore, il racconto di noi stessi”.

Percorso di lettura

Gli oggetti.

La valigia di mio padre di Orhan Pamuk

Due anni prima di morire mio padre mi affidò una valigetta piena di suoi scritti, manoscritti e taccuini. Con la sua solita espressione ironica e scherzosa mi chiese di leggerli dopo che se n’era andato; e intendeva dire dopo la sua morte. «Dai un’occhiata, disse con leggero imbarazzo. -Guarda se c’è dentro qualcosa di buono. Forse, dopo che me ne sarò andato, potrai fare una selezione e pubblicare il materiale».
Eravamo nel mio studio, circondati dai libri. Mio padre cercava un posto dove posare la valigetta andando avanti e indietro come se avesse voluto liberarsi di un penoso e singolare fardello. Alla fine la lasciò con noncuranza in un angolo dove non avrebbe attirato l’attenzione. Una volta passato questo momento un po’ imbarazzante ma indimenticabile, riprendemmo con fare spensierato i nostri soliti ruoli, le nostre personalità ironiche e rilassate. Parlammo come sempre faeevamo del più e del meno, della vita, degli infìniti problemi politici della Turchia e delle avventure imprenditoriali di mio padre, per lo più fallimentari, discorrendone senza troppo rammarico.

Il Padre.

Una donna di Ragusa di Maria Occhipinti

Io debbo molto a mio padre. Il primo grande ricordo della mia vita mi riporta all’età di otto anni. Ero la maggiore di tre sorelle e volevo un gran bene a papà. Ogni volta che tornava dalla campagna mi pareva un dio con» solatore, sempre con le tasche piene di lumache e talvolta con un uccellino vivo in petto, sotto 1a camicia.

 

Nascita

Care memorie di Marguerite Yourcenar

L’essere che chiamo «io» venne al mondo un certo lunedî 8 giugno 1903, verso le otto del mattino, a Bruxelles; nasceva da un francese appartenente a una vecchia famiglia del dipartimento del Nord e da una belga i cui antenati avevano abitato a Liegi per qualche secolo e si erano poi stabiliti nell’Hainaut. La casa dove aveva luogo questo evento -ogni nascita è tale per il padre e la madre e per alcuni intimi- era situata al1 numero 193 dell’avenue Louise ed è scomparsa una quindicina di anni fa, divorata da un condomio.

 

Educazione di una canaglia di Edward Bunker

 

In seguito mi raccontarono che ero stato concepito nél momento preciso in cui la terra aveva tremato, e quando ero venuto al mondo, alla vigilia del Capodanno 1933, all’ospedale Cedars of Lebanon di Hollywood, Los Angeles era sommersa da un diluvio torrenziale, gli alberi di palme e, le case fluttuanti nella fiumana dei canyon.
All’età di cinque anni, sentii mia madre affermare che il terremoto e il nubifragio erano cattivi presagi, poiché fin dall’inizio avevo creato problemi, a cominciare dalle coliche. A due anni sparii durante un picnic di famiglia a Griffith Park. Duecento uomini setacciarono la boscaglia per metà della nottata. A tre anni, non so come, riuscii a demolire l’inceneritore di un vicino, piazzato nel cortile sul retro della sua casa, servendomi di un martello a granchio. A quattro anni svaligiai il furgone frigorifero Good Humor di un altro vicino di casa, e offrii il gelato a un branco di cani del quartiere. Una settimana dopo provai a essere di aiuto ripulendo il cortile della casa, e appiccai il fuoco a un mucchio di figlie di eucalipto ammassate accanto al garage del vicino. Ben presto l'incendio illuminò la notte, e le sirene dei pompieri lacerarono l'aria. Soltanto una parete del garage restò annerita dalle fiamme.

I luoghi della mia infanzia

Simone de Beauvoir tratto da Memorie di una ragazza perbene

 

Poi, con un candeliere in mano, saliva a coricarmi. Avevo una camera tutta per me; dava sul cortile, davanti alla legnaia, al lavatoio e alla rimessa, che conteneva, decadute come vecchie carrozze, una victoria e una berlina; la piccolezza di questa stanza mi rapiva: un letto, un cassettone, e, sopra una specie di baule, il bacile e la blocca. Era una vera cella, proprio fatta sulla mia misura, come un tempo la nicchia in cui mi accovacciavo sotto 1a scrivania di papà. Benché la presenza di mia sorella di solito non mi pesasse, la solitudine mi esaltava. Quando ero in vena di santità ne approfittavo per dormire sul pavimento. Ma soprattutto, prima di mettermi a letto, mi attardavo a lungo in finestra, e spesso mi alzavo per spiare il respiro pacifico della notte. Mi chinava, affondavo le mani nella frescura di un cespo di lauroceraso; l’acqua della fontana colava chioccolando su una pietra verdastra; a volte una vacca batteva col suo zoccolo sulla porta della stalla; indovinavo l’odore della paglia e del fieno. Un grillo friniva, monotono, ostinato come un cuore che batte; contra ii silenzio ìnfinito, sotto l’infinito del cielo, sembrava che la terra facesse eco a quella voce dentro di me che sussurava senza tregua: son qui; il mio cuore oscillava dal suo calore vivo al fuoco gelido delle stelle. Lassù c'era Dio che mi guardava; accarezzata dalla brezza, ebbra di profumi, quella festa nelmio sangue mi dava l'eternità.

I luoghi della mia infanzia

Hellen Keller tratto da La storia della mia vita

 

Quel giardino di antico stampo fu il paradiso della mia infanzia. Anche prima che venisse la mia maestra, ero solita andare in esplorazione lungo le rigide siepi di boss per cercarvi, guidata dall'odorato, le prime violette ed i gigli appena sbocciati. Là andavo a cercare conforto dopo ogni crisi di pianto, nascondendo il volto in fiamme tra la frescura dell’erba e delle foglie. Che gioia provavo a perdermi in quel giardino fiorito, a vagabondare qua e là finché, arrivando improvvisamente sotto una bella vite, la riconoscevo dalle foglie e dai fiori e capivo che era quella che copriva il padiglione diroccato situato all’estremo limite del giardino. Lì strisciavano le clematidi, pendevano i gelsomini e si aprivano quei bellissimì fiori rari, che son detti gigli papilionacei perché i loro fragili petali assomigliano alle ali delle farfalle.

 

 

Il cibo e gli odori

Marcel Proust da Alla ricerca del tempo perduto – Vol 1 Dalla parte di Swann
Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicessitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta ? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della maddalena. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva ? Che senso aveva ? Dove fermarla ? Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla della prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. E tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. E’ stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in grado di richiederle e ritrovare intatta, a mia disposizione ( e proprio ora ), per uno schiarimento decisivo. Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità…retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più…ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio…."



Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non è da considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 2001. Gli autori, inoltre, non hanno alcuna responsabilità per quanto riguarda i siti ai quali è possibile accedere tramite eventuali collegamenti, posti all'interno del Blog stesso, forniti come semplice servizio a coloro che visitano il Blog. Lo stesso dicasi per i siti che eventualmente forniscano dei link alle risorse qui contenute. Il semplice fatto che questo Blog fornisca eventuali collegamenti, non implica una tacita approvazione dei contenuti dei siti stessi, sulla cui qualità, affidabilità e grafica è declinata ogni responsabilità.

Privacy Policy