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Tagliato per l'esilio • Karim Metref

Sono nato in esilio sulla terra dei miei avi. Inizia così il primo dei sette racconti autobiografici che dà il nome all'intero libro di Karim. Un incipit da far tremare, anticipo di un testo che si fa leggere tutto d'un fiato, avvolgente e scritto con un grande bagaglio emotivo. I luoghi sono i suoi, la Cabilia in Algeria: Mi sono sempre sentito nordafricano, algerino e cabilo, anzi... Per me esserlo è una cosa molto importante, ho sempre lottato e portato la mia cabilità come una bandiera. Il problema è il valore che si mette dietro questa cabilità.
"Sono cabilo" per me vuol dire: sono di questa terra e ci sono attaccato, sono di questo popolo e ci sono attaccato, sono di questa lingua e ci sono attaccato, sono di queste tradizioni e ci sono attaccato... ma a nessuno di questi elementi do un carattere di sacralità.
Non sono devoto a nessuno degli elementi che ho citato e soprattutto non all'elemento religioso, che per tanti è considerato il fondamento essenziale di questi altri elementi.

Il viaggio che compie Karim è raccontato con trasporto e nonostante la decisione di “esiliarsi” dalla propria terra, con tutto il carico dei profumi, odori e suoni, emerge l'ironia e lo sguardo consapevole di essere destinato ad altro, senza obliare né misconoscere il patrimonio portante della sua vita. Interessante è l'uso della parola esilio per descrivere, non una punizione o una condanna com'era nei tempi antichi, ma come una possibile e spesso desiderata, volontà di uscire allo scoperto, per raggiungere dimensioni più vicine alla propria personalità. Quindi le radici come un dato oggettivo né qualificante né definitivo. Non siamo la nostra lingua, non siamo la nostra cucina, non siamo i nostri genitori, siamo molto di più e Karim conferma questa tesi.

 Grazie Karim per il tuo punto di vista

 

 

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