Caro diario oggi vorrei raccontarti come mi sento quando…chissà quante volte abbiamo scritto queste parole nell’intento di trovare una strada possibile alla nostra vicenda esistenziale, libera da intrusioni esterne, solo per noi, regalando alle pagine di un diario la nostra vita e la cosa più cara cha abbiamo, il nostro mondo interno. Il diario, quindi, è quella forma meravigliosa di confidenza, spesso sottratta alle persone più care, relegata, in una accezione positiva, in un dialogo tra noi stessi e le pagine su cui poniamo grandi aspettative, o anche solo per lasciar andare aspetti di noi che potrebbero assumere significati diversi.
In questo terzo numero di MeMoMù, tutto incentrato sulla scrittura diaristica, indagata nelle prospettive personali, leggerete anche due articoli, uno su Il Diario di Etty Hillesum, l’altro sulla necessità per gli operatori sociali di imparare a scrivere, come strumento di lavoro importante per la rielaborazione della propria professione.
La scrittura diaristica
«Spero di poterti confidare tutto,
come non ho mai potuto fare con nessuno,
e spero che mi sarai di grande sostegno».
Anna Frank
Il termine diario deriva dal latino dies, che significa “giorno”, ed infatti un diario si scrive quasi quotidianamente per raccontare le proprie esperienze, avventure, confidenze. Il motivo principale che spinge a scrivere un diario è raccontare di sé, fissare nero su bianco annotazioni personali, riflessioni, il proprio vissuto, come una sorta di memoria scritta, di pezzi di vita narrati.
Possiamo distinguere alcune tipologie di diario:
1. Diario di carattere liberatorio: è il luogo intimo dello sfogo personale, non filtrato.
2. Diario taccuino e promemoria: si scrive nel presente ma diventa un vademecum per il futuro (pensiamo a tanti taccuini di viaggio, dei mestieri).
3. Diario filosofico: come forma per fare chiarezza, il diario filosofico per capirci (le prime pagine de “Il discorso sul metodo” di Cartesio sono di natura diaristica).
4. I falsi diari: sono i diari che hanno subito nel tempo manipolazioni e alterazioni.
Il diario quindi è innanzitutto un’occasione. Sicuramente di libertà. Una libertà spinta dal desiderio, dal piacere di scrivere, di imprimere un fatto, un’emozione, una qualsiasi cosa abbia relazione con quello che abbiamo vissuto o con quello che stiamo vivendo. Perchè la sua caratteristica principale è l’immediatezza che stabilisce una relazione forte con il tempo. Se non c’è data, non c’è diario. Nel diario la data, la registrazione meticolosa del tempo diventa importantissima, proprio perché il rendersi conto che quello che ti sta accadendo ha una data precisa ti sorregge, diventi più padrone di quel tempo che altrimenti ti sembrerebbe cosa assolutamente evanescente.
Ad esso si ricorre perché c’è qualcosa che ci prende dentro, scriviamo il diario perché ci sentiamo soli, perché stiamo vivendo una tragedia, perché siamo stati abbandonati. Può essere anche un’occasione di gioia, ma allo stesso tempo può essere un’occasione dolorosa, si piange e ci si commuove, ma si va avanti. I diari possono essere giornalieri, ossessivamente giornalieri, ripresi anche più volte nello stesso giorno. Possono essere occasionali, oppure usati regolarmente come una medicina e possono essere camuffati utilizzando la terza persona.
Si dice che il diario stipa il passato pagina dopo pagina, e rileggendolo possiamo ripercorrere il tempo che abbiamo vissuto per notare come alcuni eventi si sono riproposti molte volte o come abbiamo reagito ad un determinato fatto.
Il diario è fratellanza e sorellanza nello stesso momento. Al diario non si nasconde nulla. Si può raccontare della giornata, oppure dei sentimenti che si ha e che si ha paura di dire agli altri. I pareri sono discordi ma la Treccani la inserisce nel “genere letterario comprendente memorie personali e testimonianze storiche e sociali». In molti la denigrano dall’alto delle loro inefficaci filosofie qualunquistiche, ritenendola troppo pop, mentre altri esaltano la scrittura di sé nelle sue innumerevoli forme, e quindi anche quella diaristica, come dimensione utile alla ricerca dei molteplici significati che una pratica di questo tipo ci può donare.
Come per l’autobiografia nel diario narratore e protagonista coincidono, ma nel diario viene tutto raccontato per sé stessi.
Etty Hillesum
Mi avvicino con cautela a parlare di Etty Hillesum e del suo diario perchè ho incontrato alcune difficoltà a scrivere questo articolo e sono già alla quinta stesura. In effetti mi sono sembrate da poco le parole usate, lontane dal sentimento di pancia che salpa, per altri luoghi in una prospettiva romantica (non sentimentale, ci tengo a precisare), aprendo a nuovi pensieri e significati sulla nostra avventura esistenziale. Parto da me mi dico e per prima cosa leggo a casaccio, sfogliando in avanti e indietro il pesante tomo. Faccio bibliomanzia! perchè non solo in ogni pagina trovi qualcosa che crea link, ma in ogni riga, ci può essere una parola o un assioma, anche semplice, con un valore profondo, dalla quale si aprono orizzonti multidirezionali, liquidi e non sempre di facile comprensione, almeno sul momento.
Perchè una parola semplice, scritta da Etty diventa profonda? Questa è la domanda che mi sono posto. Provare a rispondere è infine il nodo centrale di questo articolo. Dalla lettura, non totalmente fatta delle oltre ottocento pagine dell’edizione integrale, si intuisce, ma non solo, Etty lo afferma in molti passaggi, che lavorare su se stessi e quindi sviluppare la propria interiorità non sia una forma d’individualismo, ma una precondizione necessaria a qualsiasi azione che voglia interrompere la catena del male. La pace potrà quindi essere costruita, solo se l’abbiamo trovata dentro noi. Facile no!?! Una pace che accetti anche i sentimenti negativi delle persone, per trasformarli in qualcosa di diverso, per liberarli dall’ostilità verso di essi per dare voce a quel pezzetto di eternità che ci portiamo dentro. Da questo punto di vista, quindi, anche gli ebrei hanno un compito, secondo Hillesum, che è quello di liberarsi del grande odio verso i tedeschi che stava avvelenando i loro cuori. Hillesum affronterà, quindi, un profondo percorso di ricerca spirituale, intrecciato di psicologia di filosofia e di religiosità giudaico-cristiana. In questo percorso Etty riuscirà a trovare risposte al suo bisogno di unificazione delle forze dell’anima, alla questione del male nella storia nel contesto della Shoah e alla ricerca dell’assoluto, fino a orientarsi verso una scelta di totale dedizione agli altri come traduzione della conquistata vita interiore.
La scrittura degli operatori sociali
Chi lavora nel campo sociale, come educatori, counselor, pedagogisti e altri professionisti, non dovrebbe mai dimenticare l’importanza della scrittura, che è fondamentale quanto le cure fornite. Scrivere è un’attività imprescindibile per ogni operatore; eppure, spesso sembra che il tempo da dedicare a questa pratica debba essere ricavato tra le innumerevoli responsabilità quotidiane, specialmente quando si opera in comunità. Tuttavia, ci sono realtà in cui la scrittura è considerata un compito obbligatorio, con spazi e tempi specificamente dedicati a essa. In altri contesti, purtroppo, questo non avviene e la scrittura può diventare un’attività trascurata. Ma questo meriterebbe un approfondimento a parte.
L’importanza della scrittura nel settore sociale
Nel libro di Sergio Quaglia, si trovano alcune domande chiave che il testo intende affrontare: quanto è rilevante la scrittura per le organizzazioni attive nel settore dei servizi sociali? Che ruolo ha la scrittura per i professionisti coinvolti? Quali forme e modalità assume all’interno di questi contesti? Quali funzioni svolge e quali effetti produce sull’organizzazione e sugli operatori? Quali competenze richiede e quali processi supporta?
Dalle risposte a queste domande, sparse tra le pagine del libro, emerge chiaramente che una buona pratica di scrittura può trasformarsi in un’esperienza significativa per i professionisti. Essa ha la capacità di essere continuamente rivista, rielaborata e modificata per rispondere alle esigenze emergenti. In un mondo in costante evoluzione, la scrittura offre la possibilità di mantenere una traccia delle esperienze vissute. Quaglia esplora a fondo tutte le dimensioni della scrittura professionale in ambito sociale, sottolineando che per gli operatori sociali scrivere contribuisce a sviluppare un pensiero critico sulle attività e sulle modalità lavorative.
La funzione della scrittura
L’atto di scrivere permette di fermare la realtà per ascoltarne i messaggi più profondi. Consente di distaccarsi dalla quotidianità per metterla a fuoco e di esprimerla verbalmente affinché possa essere compresa e comunicata. In questo senso, la scrittura risponde a un bisogno di riflessione che spesso viene frustrato dalle urgenze delle pratiche professionali. Queste ultime sono frequentemente soggette alla pressione delle scadenze e alla gestione delle esigenze organizzative, rendendo la scrittura un’attività che tende ad essere rinviata.
Dimensione della ricerca sulla scrittura
La ricerca condotta si articola su quattro dimensioni fondamentali:
- Oggetti della Scrittura: Analizza i diversi tipi di testi e documenti prodotti dai servizi sociali, considerando le loro forme e strutture.
- Soggetti della Scrittura: Esplora chi scrive e perché, analizzando i ruoli distintivi e la distribuzione dei compiti legati alla scrittura.
- Scrittura e Organizzazione: Sottolinea come scrivere all’interno dei servizi sociali non sia solo un atto individuale, ma spesso coinvolga l’intera organizzazione.
- Scrittura e Relazioni: Indaga come la scrittura influisca sulle relazioni tra i servizi sociali e i loro interlocutori.
Comprendere l’importanza della scrittura nel contesto dei servizi sociali è essenziale per migliorare non solo l’efficacia del lavoro degli operatori, ma anche per garantire una comunicazione più chiara ed efficace con tutti gli attori coinvolti.