“E noi ancora, ancor più su
Planando sopra boschi di braccia tese
Un sorriso che non ha
Né più un volto né più un’età”
Ci sono frasi che non ti lasciano più. Questa di Battisti, per esempio, sembra una di quelle che ti restano dentro come una porta socchiusa. Ti invita a entrare in uno spazio diverso, dove le cose non hanno più contorni rigidi: un sorriso non appartiene a un volto, non ha età, è semplicemente energia che si diffonde.
Se ci pensi, è un’immagine fortissima. Perché ci dice che possiamo liberarci dai soliti schemi: dal chi sei? quanti anni hai? cosa fai? da che parte stai?. È un invito a sentirci parte di qualcosa di più grande, non per annullarci, ma per scoprirci più ampi, più leggeri.
E poi c’è quell’altro passaggio: planando sopra boschi di braccia tese. Planare non è correre, non è combattere, non è nemmeno fuggire. È un lasciarsi portare. Non con passività, ma con fiducia. È un po’ come quando ti accorgi che puoi smettere di remare controcorrente e finalmente inizi a galleggiare. Non perdi forza, anzi: impari a usarla meglio.
Questa immagine del planare mi ricorda molto l’approccio tantrico: invece di reprimere, di trattenere o di sprecare energia, impari a trasformarla. Non separi più corpo e spirito, piacere e conoscenza, ma li vivi insieme. Il tantra è un “sì” alla vita, e planare ha esattamente questa qualità: non forzi, non ti opponi, ma resti presente, lasciandoti attraversare.
E quei boschi di braccia tese? Un bosco non è mai solo un mucchio di alberi: sotto la terra, le radici si parlano, i miceli creano reti invisibili di nutrimento. È un organismo unico. Anche noi, in fondo, siamo così: pensiamo di essere individui isolati, ma in realtà siamo immersi in reti di relazioni, di affetti, di sistemi ecologici e sociali che ci connettono. Un sorriso, un gesto, una parola, hanno risonanze che arrivano molto più lontano di quanto immaginiamo.
Ed è qui che si apre un futuro diverso. Non quello cupo e distopico che spesso ci raccontano, pieno di paure e scenari apocalittici, ma un futuro luminoso. Non sto parlando di utopie irraggiungibili, ma di scelte quotidiane che creano luce. Ogni volta che non ci facciamo ingabbiare da categorie rigide, ogni volta che trasformiamo invece di reprimere, ogni volta che pensiamo in termini di interconnessione e non di isolamento, stiamo già costruendo quel futuro.
Il sorriso senza volto diventa allora una specie di simbolo: non è di qualcuno in particolare, ma appartiene a tutti. Non è vincolato all’età, perché è sempre presente. È l’energia di un’umanità che si riconosce parte di un tutto. E planare sopra i boschi non è più una fuga poetica, ma un atto di fiducia collettiva: fiducia negli altri, fiducia nel sistema vivente, fiducia nelle correnti che ci sostengono anche quando pensiamo di essere soli.
In fondo, se ci pensi, è un invito a cambiare postura verso la vita. Non quella del guerriero che combatte tutto, non quella del cinico che si ritrae, ma quella di chi si lascia attraversare dal vento. La leggerezza non è superficialità, è saper danzare con le cose senza esserne schiacciati.
E allora il messaggio di quei versi, oggi, potrebbe suonare così: non c’è bisogno di forzare, non c’è bisogno di dividersi in categorie, non c’è bisogno di difendere muri identitari. Possiamo vivere come reti, come boschi, come sorrisi senza volto che appartengono a tutti. Possiamo trasformare l’energia invece di perderla. Possiamo guardare in alto, planando insieme, verso un futuro che non è fatto di buio, ma di luce.