“Blu”: quando Ferretti ci ha insegnato a stare nel disordine
“Blu”: quando Ferretti ci ha insegnato a stare nel disordine

“Blu”: quando Ferretti ci ha insegnato a stare nel disordine

C’è una calma strana in Blu, una calma che non consola, che pesa. È la calma prima del crollo, quella che arriva quando smetti di fingere che vada tutto bene: “Non sono strutturato in modo di poter reggere per molto tempo ancora” è una di quelle frasi che non dimentichi. La voce di Giovanni Lindo Ferretti la sputa piano, come se le parole bruciassero anche a lui.

Ecco, in questo momento ho capito che Blu non è solo una canzone: è un terremoto. Come l’intero album, un campo di battaglia, ma con il nemico non più solamente esterno, ma dentro noi.

Quasi trent’anni fa, nel 1996 i C.S.I. erano nel pieno di una stagione tesa. Dopo i CCCP e i CSI di Ko de mondo, arriva Linea Gotica, un disco che guarda dentro e fuori, che parla di guerre — quelle vere e quelle interiori.

Blu è la tregua dentro la battaglia, la pausa in mezzo al rumore. Ma è anche il punto in cui tutto si incrina perché Ferretti non urla più contro il mondo: adesso il nemico è dentro. È la dimensione emotiva che emerge prepotentemente, la mente che vacilla, il corpo che non regge, la voce che si spacca su sé stessa.

Da questo album in poi i CSI si spogliano. Non ci sono più slogan, solo dissonanze, sospensioni e silenzi. I C.S.I. diventano un laboratorio emotivo: un gruppo che suona la frattura tra corpo mente e anima e che costruisce bellezza nel caos.

Ho dato al mio dolore la forma di parole abusate che mi prometto di non pronunciare mai più.” Se dovessi scegliere il verso che produce, in me, più caos, è proprio questo: cambiare parole implica un cambio radicale della prospettiva con la quale guardiamo e viviamo il mondo. E quando intorno a te le cose e le persone si trasmutano tramite un punto di vista diverso, il mondo si spoglia mostrando una natura diversa: siamo tutti feriti in cerca di un nemico, sempre esterno. Brutta storia.

Ferretti parla del dolore, ma lo fa come chi ha perso fiducia nelle parole. Quelle parole sono “abusate”, troppo dette, troppo consumate — come se anche il linguaggio si fosse logorato insieme ai sogni di un’epoca. E allora lui sceglie di tacere, o meglio: di ripulire il silenzio. C’è un gesto quasi mistico in quella promessa: “non pronunciare mai più”. È come dire non voglio più mentirmi con parole belle. Ci sto e mi prometto di allenarmi a questo.

Dentro Blu il dolore non esplode: scava. E nel farlo diventa forma, suono, respiro. È un dolore adulto, lucido, che non chiede pietà ma onestà.

Qualche verso più in là è tempo di risveglio: “Lasciando perdere attese e ritorni / ho aperto gli occhi dall’orlo increspato / ho visto l’alba blu.” Immagine potente.
È una delle immagini più potenti mai scritte da Ferretti. L’alba blu non è un’alba qualsiasi: è un inizio che non si finge felice, ma piena di vita nuova. È la luce di chi ha passato la notte e sa che qualcosa si è perso per sempre, ma continua a guardare avanti.

Il blu, qui, è tutto. È la malinconia e la calma, la fine e la possibilità.
Non è il bianco della redenzione, non è il rosso della rabbia: è una tonalità che accetta le sfumature. È un colore adulto, come la consapevolezza di chi non aspetta più miracoli. Ferretti in quel blu ci si specchia, e un po’ ci si perdona.
Smette di attendere “attese e ritorni”, smette di girare intorno a sé stesso. E nel farlo apre gli occhi su un orizzonte nuovo, imperfetto, ma finalmente reale.

Ascoltare Blu oggi fa strano. Siamo ancora pieni di parole abusate — solo che le postiamo sui social invece di scriverle sui muri.
Viviamo in un sistema che continua a produrre frastuono e calma apparente: rumore ovunque, ma dentro un silenzio spaventoso.

Ecco perché Blu suona ancora necessario.
Perché parla di quel momento in cui la vita si incastra, e invece di scappare tu resti lì, a guardarla in faccia. Ferretti non offre risposte, non ti dice che andrà tutto bene. Ti dice solo: ci puoi stare dentro, anche se non è perfetto. È un gesto politico e umano insieme. Non cambiare il mondo, ma cambiare il modo in cui lo abiti. Non trovare la verità, ma smettere di mentire a te stesso.

A trent’anni di distanza, Blu è ancora una delle canzoni più sincere della musica italiana. Non perché sia facile, ma perché è vera. Perché non ha paura del silenzio, né della stanchezza. È la canzone di chi ha smesso di correre e ha imparato a stare fermo, respirare, e guardare la propria alba — anche se è blu. E forse è proprio questo il punto: non c’è guarigione senza disordine, non c’è luce senza ombra.
C’è solo un uomo che si guarda dentro e accetta di restare.
Lì, nell’alba blu.