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“Blu”: quando Ferretti ci ha insegnato a stare nel disordine

C’è una calma strana in Blu, una calma che non consola, che pesa. È la calma prima del crollo, quella che arriva quando smetti di fingere che vada tutto bene: “Non sono strutturato in modo di poter reggere per molto tempo ancora” è una di quelle frasi che non dimentichi. La voce di Giovanni Lindo Ferretti la sputa piano, come se le parole bruciassero anche a lui.

Ecco, in questo momento ho capito che Blu non è solo una canzone: è un terremoto. Come l’intero album, un campo di battaglia, ma con il nemico non più solamente esterno, ma dentro noi.

Quasi trent’anni fa, nel 1996 i C.S.I. erano nel pieno di una stagione tesa. Dopo i CCCP e i CSI di Ko de mondo, arriva Linea Gotica, un disco che guarda dentro e fuori, che parla di guerre — quelle vere e quelle interiori.

Blu è la tregua dentro la battaglia, la pausa in mezzo al rumore. Ma è anche il punto in cui tutto si incrina perché Ferretti non urla più contro il mondo: adesso il nemico è dentro. È la dimensione emotiva che emerge prepotentemente, la mente che vacilla, il corpo che non regge, la voce che si spacca su sé stessa.

Da questo album in poi i CSI si spogliano. Non ci sono più slogan, solo dissonanze, sospensioni e silenzi. I C.S.I. diventano un laboratorio emotivo: un gruppo che suona la frattura tra corpo mente e anima e che costruisce bellezza nel caos.

Ho dato al mio dolore la forma di parole abusate che mi prometto di non pronunciare mai più.” Se dovessi scegliere il verso che produce, in me, più caos, è proprio questo: cambiare parole implica un cambio radicale della prospettiva con la quale guardiamo e viviamo il mondo. E quando intorno a te le cose e le persone si trasmutano tramite un punto di vista diverso, il mondo si spoglia mostrando una natura diversa: siamo tutti feriti in cerca di un nemico, sempre esterno. Brutta storia.

Ferretti parla del dolore, ma lo fa come chi ha perso fiducia nelle parole. Quelle parole sono “abusate”, troppo dette, troppo consumate — come se anche il linguaggio si fosse logorato insieme ai sogni di un’epoca. E allora lui sceglie di tacere, o meglio: di ripulire il silenzio. C’è un gesto quasi mistico in quella promessa: “non pronunciare mai più”. È come dire non voglio più mentirmi con parole belle. Ci sto e mi prometto di allenarmi a questo.

Dentro Blu il dolore non esplode: scava. E nel farlo diventa forma, suono, respiro. È un dolore adulto, lucido, che non chiede pietà ma onestà.

Qualche verso più in là è tempo di risveglio: “Lasciando perdere attese e ritorni / ho aperto gli occhi dall’orlo increspato / ho visto l’alba blu.” Immagine potente.
È una delle immagini più potenti mai scritte da Ferretti. L’alba blu non è un’alba qualsiasi: è un inizio che non si finge felice, ma piena di vita nuova. È la luce di chi ha passato la notte e sa che qualcosa si è perso per sempre, ma continua a guardare avanti.

Il blu, qui, è tutto. È la malinconia e la calma, la fine e la possibilità.
Non è il bianco della redenzione, non è il rosso della rabbia: è una tonalità che accetta le sfumature. È un colore adulto, come la consapevolezza di chi non aspetta più miracoli. Ferretti in quel blu ci si specchia, e un po’ ci si perdona.
Smette di attendere “attese e ritorni”, smette di girare intorno a sé stesso. E nel farlo apre gli occhi su un orizzonte nuovo, imperfetto, ma finalmente reale.

Ascoltare Blu oggi fa strano. Siamo ancora pieni di parole abusate — solo che le postiamo sui social invece di scriverle sui muri.
Viviamo in un sistema che continua a produrre frastuono e calma apparente: rumore ovunque, ma dentro un silenzio spaventoso.

Ecco perché Blu suona ancora necessario.
Perché parla di quel momento in cui la vita si incastra, e invece di scappare tu resti lì, a guardarla in faccia. Ferretti non offre risposte, non ti dice che andrà tutto bene. Ti dice solo: ci puoi stare dentro, anche se non è perfetto. È un gesto politico e umano insieme. Non cambiare il mondo, ma cambiare il modo in cui lo abiti. Non trovare la verità, ma smettere di mentire a te stesso.

A trent’anni di distanza, Blu è ancora una delle canzoni più sincere della musica italiana. Non perché sia facile, ma perché è vera. Perché non ha paura del silenzio, né della stanchezza. È la canzone di chi ha smesso di correre e ha imparato a stare fermo, respirare, e guardare la propria alba — anche se è blu. E forse è proprio questo il punto: non c’è guarigione senza disordine, non c’è luce senza ombra.
C’è solo un uomo che si guarda dentro e accetta di restare.
Lì, nell’alba blu.

Essere assertivi attraverso il corpo

Essere assertivi non significa imporre la propria volontà o saper discutere con abilità. Significa, più profondamente, abitare la propria verità. È un atto d’amore verso se stessi e verso la vita che ci attraversa.
Spesso pensiamo all’assertività come a una qualità mentale, fatta di parole scelte, di gestione, di ricerca e di autocontrollo. Ma la mente da sola non basta: può costruire discorsi coerenti, ma se il corpo è chiuso, se il respiro è corto, se il cuore è trattenuto, la voce perde forza.

La via della consapevolezza, che integra i quattro piani di realtà, ci invita a spostare, quindi, l’attenzione dalla testa al corpo; non alle performance quotidiane, ma alla presenza. L’assertività, quindi, da questa prospettiva, non è più una strategia, ma un atto di consapevolezza incarnata. È la capacità di stare, di sentire, di lasciar parlare la verità che abita nei tessuti, nel respiro, nella pelle.

Quando siamo presenti nel corpo, la parola nasce spontanea e limpida. Non ha bisogno di difendersi né di attaccare. È semplice, diretta, pulita. La vera assertività non è un “dire bene”, ma un “dire da dentro”.

Ne deriva che il corpo si trasforma in una bussola, e apre, dentro di noi, un mondo di nuove visioni e di prospettive totalmente diverse, che dovranno essere integrate, pena la stasi, nella vita di tutti i giorni, poiché diventerebbe impossibile lasciarle andare e far finta che non ci siano.

Ormai sappiamo che prima che la mente comprenda, il corpo sa già. È il corpo che si espande di fronte a ciò che ci nutre, e che si chiude davanti a ciò che non ci appartiene. Imparare ad ascoltare questi segnali significa tornare a un sapere antico, istintivo, primordiale.

Questa presenza si chiama radicamento: la capacità di sentire la terra sotto i piedi, di respirare nel ventre, di lasciare che la gravità ci sostenga. Un corpo radicato non ha bisogno di convincere, perché emana. Non reagisce, risponde. Non controlla, fluisce.
E da questa calma fermezza nasce un modo diverso di comunicare: non più per difendersi, ma per manifestare la propria essenza: la parola non è più uno sforzo, ma un’emanazione del cuore

Nel linguaggio di cuore, per esempio, ogni “sì” e ogni “no” sono movimenti dell’energia vitale. Il sì espande, accoglie, abbraccia. Il no ritrae, protegge, definisce. Entrambi sono necessari, entrambi sono amore. L’assertività nasce quando impariamo a rispettare la danza tra apertura e chiusura, tra accoglienza e confine. Un “no” detto con il cuore aperto ha la stessa dolcezza di un “sì” sincero.

Avere il sentore oppure la certezza di proprie fragilità o difficoltà non dovrebbe voler dire essere deboli, ma essere veri. Dire “mi fa male”, “non mi sento prontə”, “ho bisogno di spazio” è un atto di potere interiore, perché nasce dalla presenza esercitata ed educata. Potrebbe sembrare difficile attuare tutto ciò, ma, come ormai sappiamo, la resistenza al cambiamento è maggiore del cambiamento in se. Altro risvolto di difficile gestione è la vulnerabilità che il contesto esercita su di noi, spingendo verso modelli stereotipati e ormai anacronistici. Quando, ciò che ci vive intorno, non è inclusivo, è giudicante, e non lascia spazio ad esperienze nuove sotto tutti i punti di vista: corporei, romantici e sessuali per esempio, il trauma è dietro l’angolo.

Come chiosa affermerei che essere assertivi non è una tecnica, ma uno stato dell’essere. È la voce della vita che parla attraverso di noi, chiara, radicata, gentile. E quando la lasciamo scorrere, scopriamo che la vera assertività non è mai un atto di forza, ma un atto d’amore. Un corpo che non teme di sentire è un corpo libero, e un corpo libero comunica senza sforzo.

L’ascolto arricchente e la gioia partecipe

Ascoltare davvero non è solo sentire le parole di qualcuno. È piuttosto creare dentro di noi uno spazio di silenzio, sospendere il giudizio, trattenere i consigli che vorremmo dare e mettere da parte la voglia di dire subito la nostra opinione. È un modo di esserci, di aprirci completamente all’altro, lasciando che la sua voce, la sua presenza e i suoi gesti risuonino dentro di noi, come se fossimo uno strumento musicale che vibra insieme a ciò che ascolta.

In questo silenzio attento, iniziamo a notare le sensazioni e le emozioni che emergono. Non cerchiamo nulla, semplicemente ci accorgiamo di come le qualità dell’altro – la delicatezza, la forza, la dignità, la tenerezza, l’umiltà, la spontaneità – arrivino fino a noi e ci tocchino. A volte serve tempo, perché non sempre le qualità si mostrano subito; spesso sono racchiuse nei dettagli più semplici, come un tono di voce, uno sguardo, una postura.

Può aiutare il fatto di respirare con consapevolezza, lasciando che il respiro ci accompagni come un amico fedele. Possiamo persino immaginare di inviare un pensiero benevolo all’altra persona: “Vorrei che tu stia bene”, “Spero che tu trovi forza”, o visualizzare una luce che parte da noi e la avvolge con fiducia e protezione. Sono piccoli gesti interiori che trasformano la qualità della nostra presenza.

Chi ha sperimentato un ascolto simile sa quanto sia raro e quanto lasci un segno. Quando qualcuno riconosce una nostra qualità e ce la restituisce con semplicità e sincerità, nasce in noi un senso di fiducia e coraggio. Possiamo provare a fare lo stesso con gli altri: se cogliamo una qualità che ci suscita stima, possiamo dirgliela guardandoli negli occhi, oppure, se non è possibile, immaginare di farlo. Anche solo percepire dentro di noi una qualità positiva genera un effetto che passa attraverso i nostri gesti e il nostro atteggiamento: l’altro si sentirà valorizzato, e noi insieme a lui.

Questo modo di ascoltare arricchisce entrambe le parti. Riconoscere una qualità nell’altro risveglia la parte più viva e autentica che abita in noi. A volte basta un istante per sentirci più leggeri, fiduciosi o in pace, ma quell’attimo è sufficiente a ricordarci che queste risorse esistono, in noi e negli altri. Possiamo vedere negli altri solo ciò che, in fondo, appartiene anche a noi: alcune qualità le conosciamo bene, altre sono semi che ancora non abbiamo coltivato. Ogni relazione, ogni esperienza, fa crescere certi semi e non altri. Se lasciamo che tutto avvenga in modo casuale, la nostra interiorità diventa come un giardino incolto. Ma se scegliamo consapevolmente quali semi nutrire, possiamo creare il giardino che desideriamo abitare.

Questo vale anche con le persone difficili. Se qualcuno ci irrita o ci ferisce, ascoltarlo in modo arricchente può diventare una sfida, quasi una caccia al tesoro, ma proprio per questo può essere prezioso. Non significa giustificare il suo comportamento, ma ridurre la nostra reattività e liberarci dalla sofferenza che ci provoca. Ricordare che dietro ogni corazza ci sono bisogni umani simili ai nostri ci permette di non restare intrappolati nella catena di rabbia e reazioni che alimenta i conflitti. A volte, proprio lì dove il terreno sembra più arido, può spuntare un seme di umanità.

Lo stesso atteggiamento possiamo portarlo verso la natura. Non è qualcosa di esterno a noi: ne facciamo parte intimamente. Ogni sua manifestazione riflette qualità che possiamo riconoscere e coltivare anche dentro di noi. La montagna ci mostra stabilità e forza, l’albero unisce radicamento e flessibilità, il lago trasmette calma e limpidezza, il sole accoglie tutto senza giudizio. Osservando la natura possiamo lasciarci impregnare dalle sue risorse, respirarle dentro di noi e ringraziarla per ciò che ci offre.

Tutte le qualità umane di cui abbiamo bisogno sono già presenti: negli altri, nella natura e in noi stessi. Riconoscerle e coltivarle significa farle crescere in noi, giorno dopo giorno. Possiamo esercitarci in modo semplice: durante la giornata proviamo a essere ricettivi verso le qualità degli altri o della natura; quando ne riconosciamo una, prendiamone consapevolezza e lasciamo che ci tocchi. Possiamo immaginare di dirla alla persona, lentamente, come se la guardassimo negli occhi: “Sono contento per te, per la tua…”, e ripeterlo un paio di volte respirando. Se le circostanze lo permettono, possiamo persino dirlo davvero. E non dimentichiamo l’importanza dei piccoli gesti: un grazie detto con consapevolezza e sincerità, accompagnato da uno sguardo, può diventare un seme di umanità che cresce in noi e negli altri

Il distacco nell’autobiografia

Quando si scrive di sé, arriva sempre – prima o poi – un momento particolare: quel punto in cui si riesce a guardare alla propria esperienza da una certa distanza. Non è una distanza fredda, mentale, né un modo per allontanarsi dal dolore. È piuttosto un momento di consapevolezza, come se si facesse un respiro profondo e si riuscisse finalmente a vedere le cose in modo più ampio, più chiaro. Un po’ come quando, dopo una tempesta, si apre il cielo e si riesce a vedere il paesaggio con occhi nuovi.

Intrecciando la scrittura autobiografica con un approccio spirituale, questo punto di distacco non è una fuga dall’esperienza, ma una trasformazione del modo in cui la si vive e la si racconta. È come se il corpo, la mente e l’energia si allineassero per permettere alla memoria di fluire con più libertà. Non stiamo più scrivendo solo dal cuore ferito, ma da un centro più profondo, dove tutto è stato accolto, anche ciò che ha fatto male.

Da questo spazio interiore, più integrato, la scrittura comincia ad avere un’altra qualità. Innanzitutto, ci permette di dare un senso più ampio a ciò che abbiamo vissuto. I fatti non sono più solo episodi isolati, ma parti di un percorso. Cominciamo a cogliere connessioni, simboli, significati che prima non vedevamo. A volte è come se la vita, riletta da quel punto, ci parlasse attraverso un linguaggio più sottile.

Un altro aspetto importante è che, con il tempo e con questo tipo di lavoro interiore, riusciamo a riconoscere il cambiamento che c’è stato in noi. Chi scrive ora non è più esattamente la persona che ha vissuto quegli eventi. Si crea una sorta di dialogo interno tra il “sé narrante” – quello consapevole, testimone – e il “sé vissuto”, che magari era confuso, arrabbiato, spaventato. E questo dialogo è prezioso, perché porta guarigione.

Infine, quando si scrive da questo spazio, si apre anche una porta verso l’altro. Il lettore, chi ci ascolta, chi condivide il nostro racconto, riesce a riconoscersi nelle nostre parole. Non perché abbia vissuto le stesse cose, ma perché nella scrittura c’è qualcosa di universale, che va oltre la nostra storia personale. E questo crea empatia, connessione. È come offrire la propria esperienza come dono, come specchio.

In questo senso, il punto di distacco non è un freddo esercizio di tecnica narrativa, ma un vero passaggio di coscienza. È ciò che trasforma l’autobiografia da semplice sfogo emotivo a un atto profondo, a volte anche sacro. Scrivere così diventa un rituale, un processo di integrazione. Una pratica che guarisce, apre e connette.

Dalla distopia all’utopia.

Riscrittura, a modo mio, di un testo trovato sul web del quale non ricordo la fonte

Forse ciò che leggerai non accarezzerà subito la tua mente. È una lama di verità che taglia le illusioni: il problema non è altrove, non è negli altrə, ma nell’eco che vive dentro di noi. Non esistono incontri sbagliati né esperienze sbagliate.

Esistono specchi, soglie, porte che apriamo con mani visibili e invisibili per toccare quella parte di noi che ancora attende di essere riconosciuta, abbracciata, guarita.

Dietro a ogni corazza pulsa un corpo di dolore. Chi si muove nel mondo con armi e armature non è oscurə, ma custodisce ferite antiche. Non si è ancora concessə di danzare nudə nella propria vulnerabilità, perché un giorno lo fece e il prezzo fu un incendio.

Nessuna colpa. Solo ignoranza. E l’ignoranza morde sempre la pelle più tenera. È così che trattiamo anche la Terra: l’abbiamo penetrata senza ascolto, conquistata senza amore, eppure lei, Madre e Amante, ancora ci nutre e ci avvolge.

Noi invece serbiamo il dolore come un dio segreto. Erigiamo templi di pietra intorno al cuore, perché sopravvivere sembra più sicuro che rinascere. Così il dolore diventa maschera, diventa nome, diventa gabbia.

La parte ferita non è peccato, non è rovina, non è condanna. È una porta iniziatica: se la attraversi, ti restituisce al tuo cammino. La ferita non è più il pianto dell’infanzia, ma il nodo dell’adultə che lotta con la propria ombra.

Molti diventano roccia per nascondere di essere acqua. Il rifiuto insegna a rifiutarsi. L’abbandono insegna ad abbandonarsi. Si esilia la propria tenerezza quando nessun’altra anima ha saputo contenerla.

Il vero sadhana è prendersi cura di quella tenerezza. Non sotterrarla, non fuggirla, non negarla. Il capolavoro dell’esistenza è chiedere come un bambino e ricevere come un re, fidandosi che l’Amore non è un privilegio, ma la nostra natura.

La parte ferita ha camminato nel deserto senza contare i passi. La vera forza è sentire quando il vaso trabocca, quando si porta acqua per sete che non è la propria, quando si dona fino a svuotarsi, quando si vuole essere vistə senza mai mostrarsi, quando si controlla per paura di dissolversi, quando si respinge la carezza perché non si conosce il piacere di riceverla.

Questa è la forza: diventare custodi del proprio sangue sacro. Non per girare in eterno nello stesso cerchio, ma per liberare la coda del Drago e cavalcare la corrente della vita, non più come creaturə impauritə, ma come amantə dell’Esistenza.

Coraggio e umiltà nei nostri passi.

Respiro e fuoco nei nostri cuori.

Amore che scorre, per tuttə e da tuttə.

L’eros come forza vitale

L’eros come forza vitale

Quando la monogamia viene imposta come “la regola” da religioni, istituzioni e/o modelli sociali, smette di essere una scelta d’amore e diventa piuttosto un vincolo. Non è più un incontro spontaneo tra due persone, ma un sistema che tende a imbrigliare e a frammentare l’energia del desiderio. Il Tantra ci insegna a vedere il corpo come un tempio e l’eros come una forza che unisce materia e spirito; la monogamia normativa, invece, spesso lo riduce a controllo, gelosia, sorveglianza.

Ogni volta che un’energia vitale viene repressa anziché integrata, produce inevitabilmente delle ombre.

Non è difficile accorgersene: coppie che si amano ma finiscono a tradirsi, persone che costruiscono vite parallele, rapporti che si nutrono di sospetto o di fughe segrete. Non è il desiderio a essere “malato”, ma il suo soffocamento. Quando ciò che si sente nel profondo non può essere vissuto apertamente, nasce la frattura interiore: ed è da lì che prendono forma ossessioni, dipendenze, mercificazione dei corpi.

Dal punto di vista sistemico, l’energia erotica non scompare mai. Se non trova un canale autentico, riaffiora in forma di crisi, di conflitti o di improvvise rotture. Quante famiglie che sembravano stabili si sgretolano da un giorno all’altro? Quanti matrimoni, svuotati dall’abitudine, finiscono per esplodere nel silenzio accumulato? Spesso ciò che osserviamo non è un “fallimento personale”, ma il segno di un sistema incapace di riconoscere la sessualità come parte sacra e naturale dell’esistenza.

Le scienze contemporanee lo confermano: dalle neuroscienze affettive alla psicoanalisi profonda, emerge la stessa verità che le tradizioni tantriche hanno custodito per secoli. La libertà erotica non è un capriccio, ma un bisogno biologico ed evolutivo. Il desiderio cerca sempre una strada; se lo blocchiamo, diventa rabbia, senso di colpa, paura, violenza.

L’alternativa non è abbandonarsi al caos, ma aprirsi a un nuovo paradigma di integrazione. Un amore che non si riduca a contratto, ma che sappia onorare la verità di ciò che accade tra due o più persone capaci di restare presenti. Fedeltà non come possesso, ma come adesione sincera a ciò che si vive insieme.

L’amore umano è troppo vasto per essere rinchiuso in una scatola di regole. Ogni volta che tentiamo di limitarlo, prepariamo il terreno a fughe e ferite. Ogni volta che lo accogliamo e lo integriamo, invece, apriamo la porta a un’esperienza sacra: eros come respiro, come danza, come forza che rinnova il mondo.

Planando sopra boschi di braccia tese: visioni per un futuro di luce

“E noi ancora, ancor più su
Planando sopra boschi di braccia tese
Un sorriso che non ha
Né più un volto né più un’età”

Ci sono frasi che non ti lasciano più. Questa di Battisti, per esempio, sembra una di quelle che ti restano dentro come una porta socchiusa. Ti invita a entrare in uno spazio diverso, dove le cose non hanno più contorni rigidi: un sorriso non appartiene a un volto, non ha età, è semplicemente energia che si diffonde.

Se ci pensi, è un’immagine fortissima. Perché ci dice che possiamo liberarci dai soliti schemi: dal chi sei? quanti anni hai? cosa fai? da che parte stai?. È un invito a sentirci parte di qualcosa di più grande, non per annullarci, ma per scoprirci più ampi, più leggeri.

E poi c’è quell’altro passaggio: planando sopra boschi di braccia tese. Planare non è correre, non è combattere, non è nemmeno fuggire. È un lasciarsi portare. Non con passività, ma con fiducia. È un po’ come quando ti accorgi che puoi smettere di remare controcorrente e finalmente inizi a galleggiare. Non perdi forza, anzi: impari a usarla meglio.

Questa immagine del planare mi ricorda molto l’approccio tantrico: invece di reprimere, di trattenere o di sprecare energia, impari a trasformarla. Non separi più corpo e spirito, piacere e conoscenza, ma li vivi insieme. Il tantra è un “sì” alla vita, e planare ha esattamente questa qualità: non forzi, non ti opponi, ma resti presente, lasciandoti attraversare.

E quei boschi di braccia tese? Un bosco non è mai solo un mucchio di alberi: sotto la terra, le radici si parlano, i miceli creano reti invisibili di nutrimento. È un organismo unico. Anche noi, in fondo, siamo così: pensiamo di essere individui isolati, ma in realtà siamo immersi in reti di relazioni, di affetti, di sistemi ecologici e sociali che ci connettono. Un sorriso, un gesto, una parola, hanno risonanze che arrivano molto più lontano di quanto immaginiamo.

Ed è qui che si apre un futuro diverso. Non quello cupo e distopico che spesso ci raccontano, pieno di paure e scenari apocalittici, ma un futuro luminoso. Non sto parlando di utopie irraggiungibili, ma di scelte quotidiane che creano luce. Ogni volta che non ci facciamo ingabbiare da categorie rigide, ogni volta che trasformiamo invece di reprimere, ogni volta che pensiamo in termini di interconnessione e non di isolamento, stiamo già costruendo quel futuro.

Il sorriso senza volto diventa allora una specie di simbolo: non è di qualcuno in particolare, ma appartiene a tutti. Non è vincolato all’età, perché è sempre presente. È l’energia di un’umanità che si riconosce parte di un tutto. E planare sopra i boschi non è più una fuga poetica, ma un atto di fiducia collettiva: fiducia negli altri, fiducia nel sistema vivente, fiducia nelle correnti che ci sostengono anche quando pensiamo di essere soli.

In fondo, se ci pensi, è un invito a cambiare postura verso la vita. Non quella del guerriero che combatte tutto, non quella del cinico che si ritrae, ma quella di chi si lascia attraversare dal vento. La leggerezza non è superficialità, è saper danzare con le cose senza esserne schiacciati.

E allora il messaggio di quei versi, oggi, potrebbe suonare così: non c’è bisogno di forzare, non c’è bisogno di dividersi in categorie, non c’è bisogno di difendere muri identitari. Possiamo vivere come reti, come boschi, come sorrisi senza volto che appartengono a tutti. Possiamo trasformare l’energia invece di perderla. Possiamo guardare in alto, planando insieme, verso un futuro che non è fatto di buio, ma di luce.

Il mio approccio

Scrivere di sé con un approccio sistemico significa riconoscere che la storia personale non esiste in isolamento. Ogni vissuto si intreccia con le narrazioni altrui, con i contesti attraversati nel tempo, con le relazioni che hanno contribuito a plasmare, con i ruoli assunti o subiti lungo il percorso.

Nel pensare la sistemica, si può aggiungere una visione plurale e integrata, utile a utilizzare – nel leggere l’esperienza della narrazione di sé – uno sguardo grandangolare. Prendere distanza, allontanarsi per quanto possibile dall’autonarrazione centrata, e tendere verso una prospettiva molteplice, capace di illuminare l’autobiografia da diverse angolature: non solo la voce di chi la racconta, ma anche quella di testimoni, compagne e compagni di viaggio, soggettività silenziate o dimenticate.

L’atto del narrare sé diventerebbe allora un gesto che abbraccia la complessità, accoglie le contraddizioni e permette di osservare come la vicenda individuale si muova dentro un sistema più ampio di legami, significati e trasformazioni.

Sul piano dell’esperienza personale con la scrittura autobiografica, emerge che raccontare sé significa sempre coinvolgere altre soggettività, altri luoghi e altri tempi. I ricordi, le esperienze, non sono mai isolati: si intrecciano agli altri percorsi, ai contesti attraversati, alle relazioni che hanno lasciato traccia, in modo positivo o doloroso.

Talvolta si scrive per esplorare i ruoli vissuti, le responsabilità, le scelte compiute o evitate. Narrare di sé significa anche questo: ricomporre frammenti, accogliere le contraddizioni, lasciare spazio alla complessità. La narrazione non vive mai da sola: è parte di un sistema più grande. Raccontarsi permette allora di ravvivare e riconoscere i fili che collegano a chiunque altro attraversi il proprio mondo

Le parole non sono fiocchi di neve

Le parole non sono fiocchi di neve che si sciolgono al primo raggio di sole. Restano, persistono, come tracce invisibili che si imprimono nel cuore e nella mente. Ogni parola pronunciata ha un peso, una forza che va oltre il momento in cui viene detta. Può essere lieve come una carezza o tagliente come una lama, ma non svanisce mai davvero. Le parole costruiscono ponti, uniscono mondi, ma possono anche erigere muri e scavare abissi. Sono semi che germogliano nel silenzio, capaci di crescere e trasformarsi in ricordi, emozioni, o persino cicatrici.

È per questo che è importante usarle con cura, perché ciò che si dice può diventare eterno nella vita di chi ascolta. Le parole non sono semplicemente suoni: sono storie, promesse e talvolta ferite. Quando il sole torna a splendere, le parole restano lì, a ricordare chi si è e cosa si è lasciato dietro. Sono un lascito che continua a vivere, anche quando il tempo sembra cancellare ogni traccia.

Le parole hanno il potere di cambiare il corso delle cose, di illuminare oscurità e di placare tempeste. Possono essere un rifugio sicuro o un terreno scivoloso. È importante scegliere con attenzione cosa dire e quando, perché ogni parola ha un impatto che può essere profondo e duraturo. Non esistono parole innocue; ognuna lascia un segno, anche se non sempre visibile.

In un mondo dove tutto sembra cambiare rapidamente, le parole restano una costante. Sono un legame con il passato, un ponte verso il futuro. Possono essere un dono prezioso o un peso difficile da portare. Ma una cosa è certa: le parole non svaniscono mai. Restano sempre, come impronte indelebili nel cuore di chi le ascolta, capaci di costruire ponti o scavare abissi. E quando il sole splende di nuovo, le parole continuano a vivere, a ricordare e a trasformare.

La catarsi nella scrittura autobiografica

La catarsi nella scrittura autobiografica si riferisce al processo di guarigione e liberazione emotiva che si può sperimentare attraverso la narrazione della propria storia di vita. Scrivere la propria autobiografia può offrire un’opportunità per esplorare e affrontare esperienze dolorose o traumatiche, permettendo di elaborare i sentimenti associati ad esse.

Ecco come la scrittura autobiografica può facilitare la catarsi:

1. Espressione delle emozioni: La scrittura offre uno spazio sicuro per esprimere le emozioni associate a esperienze passate. Puoi liberare sentimenti repressi o non elaborati, permettendo loro di emergere e trovare una forma di espressione.

2. Riflessione e comprensione: Scrivere la tua storia personale ti consente di riflettere sulle tue esperienze in modo più profondo. Puoi esplorare le cause e gli effetti delle situazioni che hai vissuto, cercando di comprendere meglio te stesso e gli altri coinvolti. Questo processo di riflessione può portare a una maggiore consapevolezza e accettazione.

3. Trasformazione del dolore: La scrittura autobiografica può aiutarti a trasformare il dolore e la sofferenza in una forma di arte o narrazione. Attraverso la scrittura, puoi trasmettere il significato delle tue esperienze e trovare un senso di guarigione personale.

4. Ripristino della narrazione: Raccontare la tua storia in modo coerente e significativo può aiutarti a ripristinare il senso di continuità nella tua vita. Puoi dare un ordine alle tue esperienze, riconnettere eventi passati con il presente e trovare una prospettiva più ampia.

5. Condivisione e connessione: può portare a una maggiore connessione con gli altri. Quando condividi la tua storia, puoi scoprire che le tue esperienze sono condivise da molte altre persone. Questa condivisione può portare a un senso di appartenenza e di comprensione reciproca.

6. Liberazione emotiva: Scrivere la tua autobiografia ti permette di liberarti da emozioni e ricordi che potrebbero averti tenuto prigioniero. Mettere per iscritto ciò che hai vissuto può dare una sensazione di sollievo e aprire spazi per nuove esperienze positive.

7. Trasmissione di un messaggio: Attraverso la scrittura autobiografica, puoi trasmettere un messaggio significativo agli altri. Puoi condividere le tue sfide, le tue lezioni apprese e le tue speranze, offrendo ispirazione e supporto ad altre persone che potrebbero essere nella stessa situazione.

Alcuni motivi per scrivere di sè

La bellezza di scrivere di sé risiede nell’opportunità di esplorare e condividere la propria esperienza unica e personale con il mondo. Scrivere di sé stesso può essere un atto di auto-riflessione, di scoperta e di espressione creativa.

Quando si scrive di sé, si ha l’opportunità di esplorare i propri pensieri, emozioni, ricordi ed esperienze. Questo processo di auto-riflessione può portare a una maggiore consapevolezza di sé, alla comprensione dei propri sentimenti e al chiarimento delle proprie idee. Scrivere di sé può anche fornire una forma di terapia personale, consentendo di elaborare e affrontare eventi passati o emozioni complesse.

Inoltre, condividere la propria storia e il proprio punto di vista può essere un modo potente per connettersi con gli altri. Le esperienze e le sfide che affrontiamo nella vita sono spesso condivise da molte altre persone, e attraverso la scrittura personale possiamo creare un legame emotivo e di comprensione reciproca. Le nostre storie possono ispirare, incoraggiare e persino offrire conforto agli altri, creando una connessione umana autentica.

La bellezza di scrivere di sé risiede anche nella possibilità di creare qualcosa di unico e originale. Ognuno di noi ha una voce e una prospettiva unica, e attraverso la scrittura possiamo tradurre queste individualità in parole, immagini e storie. La scrittura personale ci permette di esprimere la nostra creatività e di condividere il nostro mondo interiore con gli altri.

Scrivere di sé può essere un processo di crescita e di auto-realizzazione. Attraverso la scrittura, possiamo esplorare i nostri obiettivi, sogni e aspirazioni, e creare una narrazione della nostra vita che ci ispira a diventare la versione migliore di noi stessi. Scrivere di sé può essere un atto di autocompassione e di fiducia nel proprio percorso personale.

In definitiva, la bellezza di scrivere di sé risiede nella possibilità di esplorare, condividere, creare e crescere. È un’opportunità di connettersi con se stessi e con gli altri, di esprimere la propria unicità e di ispirare il mondo con la propria storia.

In verità non mi…

Mi autodenuncio con gioia.

La verità è che non mi importa se ti piaccio o no…anzi quando vuoi usciamo a bere qualcosa e parliamo male di me. E se avanza tempo ti spiego perché è meglio arrotolore gli spaghetti con il cucchiaio.

Alcune cose che penso

Quello che leggerete è solamente il mio punto di vista che inizia e finisce dove inizia e finisce il mio corpo. Nulla di più e nulla ha a che fare con la verità assoluta, ma con la verità parziale, la mia e, solamente la mia. Questa precisazione serve a me per scrivere con l’io assertivo, orientato alla ricerca di senso e a voi per sindacare su questo mucchio di parole. E poi perché trovo l’assunzione di responsabilità un atto rivoluzionario.

La società contemporanea è ancora assoggettata a schemi antichi, ma non potrebbe essere diversamente, visto che le evoluzioni, le trasformazioni sociali e culturali sono lente e non sempre vengono “lette” con benevolenza, anzi spesso non emergono chiare neanche a chi possiede una buona pratica del sentire. La resistenza al cambiamento è dura e soprattutto non indolore. La cultura cambia non solo perchè ci sono persone che hanno detto e fatto cose, ma per un bisogno dell’umanità al di sopra del nostro controllo e gestione. Diversamente da chi afferma di credere solo a ciò che vede, io sono convinto che ci siano cicli energetici non vigilati che alternandosi rendono possibili azioni e pensieri. Abbiamo vissuto l’energia maschile con la sua bellezza ed il suo orrore, adesso siamo dentro un’era femminile anch’essa portatrice della polarità del bene e del male. Si vedrà.

Ogni giorno sento e leggo tantissime frasi del tipo: non ci sono più gli uomini e le donne di una volta, se sei un uomo devi fare così, se fossi una donna vera non gli avresti risposto, gli uomini e le donne vere si comportano diversamente e così via con una sequela infinita di gabbie mentali e programmi schiavizzanti, spesso autoinflitti (e questo è il vero dramma). Sempre in competizione, sempre una persona contro l’altra, sempre vivendo il mondo in verticale io sopra e tu sotto, o in orizzontale, ci sono prima io e tu, dopo. Uomini contro donne, donne contro uomini, uomini contro uomini e donne contro donne, in una spirale di violenza senza fine, quando in verità siamo tutti vittime a carnefici, oppressi e oppressori e insieme dovremmo aiutarci, vederci emotivamente, dare un segnale di presenza vera, soprattutto alle persone che ci stanno vicino.

Io penso al nostro mondo come uno spazio pluridimensionale, nel quale non esistono distanze, separazioni, sotto, sopra, ma bensì un movimento, probabilmente non a caso, anzi sicuramente non a caso, nel quale ci spostiamo laddove è presente qualcosa che dovrebbe farci evolvere. Le famose domande alle quali dovremmo dare una risposta, oppure esperienze, senza le quali rimarremmo impantanati, in caso non le capissimo, nello stesso magma della comfort zone e del loop.

L’evento che ha fatto emergere, più di ogni altro, il disegno cosmico del cambiamento, di un qualcosa in evoluzione contro il binarismo in ogni ambito del vivere è sicuramente la caduta del muro di Berlino. Avevo vent’anni e ogni colpo, visto in tv, inferto a quel maledetto muro era come se lo avessi dato anch’io, ero lì con loro e ringraziavo per ciò che stavano facendo. Sono rimasto incollato allo schermo per giorni con un senso di liberazione senza eguali e con la felicità di vedere le persone abbracciarsi (il gesto più bello in assoluto), perché in fondo siamo tutti, a quel livello, sulla stessa barca. Il muro è causa di una divisione decennale, non solo fisica, ma emotiva, energetica e spirituale. La caduta del muro di Berlino ha dato il via ad un rimescolamento di tutto ciò che era nella norma, né normale né giusto. Quanti muri sono presenti ancora nella nostra vita? Interni, tantissimi.

Come tutto, a meno che voi non lo vediate, si sta trasformando, in che cosa non si sa! Lo sapremo solo vivendo e la stessa conoscenza sarà in capo alle generazioni future, magnificamente immerse in un mondo molto diverso dal nostro. Magnifico! A dispetto di tutti quei boomer, sociopatici e avvizziti mentalmente, ancora sulla cresta dell’onda che vorrebbero insegnare a quelli più giovani come si vive per davvero. Poveri! Non accettano che dovrebbero farsi da parte.

Anche la sessualità vive, fortunatamente, questa evoluzione e non potrebbe essere diversamente. Politica, stati, filosofie, religioni e ideologie non potranno fare nulla per contrastare un movimento dell’anima e la volontà di autodeterminarsi delle persone in tutti gli ambiti della vita. Ci si libera sempre più dalle costrizioni millenarie, cioè dalla cultura dominante. Chi la chiama patriarcato, chi capitalismo (sono solo dei nomi) chi invece, come me, pensa che tutto ciò sia solo la punta dell’iceberg di qualcosa di più grande, più difficile da individuare, che permea ancora troppo tutto ciò che facciamo e che distanzia l’umanità dalla felicità.

Ci hanno detto da sempre che esistono gli uomini e le donne e che questi si comportano in un certo modo, accoppiandosi tra loro, creando la famiglia, facendo un certo tipo di sesso e che questo è composto dai preliminari e dal sesso penetrativo. Tutto ciò è falso. Estremamente falso. Il sesso con l’altra persona inizia quando affiora il desiderio e non è detto che la penetrazione sia, nel caso della coppia etero, ma anche nelle altre sessualità la componente più importante. Tutto ciò per difendere il bisogno millenario di controllo sui corpi, sia quello maschile, sia quello femminile per l’evidente necessità di avere bambini e bambine che possano continuare il gioco tradizionale dell’unione familiare. Ciò non vuole essere una diatriba nei confronti di chi si vuole unire in famiglia, ci mancherebbe altro, ma una spinta all’autodeterminazione in ogni ambito dell’esistenza.

Sempre più persone sentono una spinta verso altro e avere curiosità per l’esplorazione di sessualità differenti rientra a pieno titolo nel mood della contemporaneità e del futuro.

Tutto ciò apre le porte ad una meravigliosa pluralità di sfumature, altro che i sette colori dell’arcobaleno, con le quali dovremmo farci i conti integrandole nella cultura, nella lingua, nei gesti e nelle parole che scegliamo di usare.

In ultima e breve analisi tutto scorre e tutto si trasforma, quindi vi lascio con una domanda: Siamo pronti a ricevere la bellezza dell’unicità delle persone?