Riscrittura, a modo mio, di un testo trovato sul web del quale non ricordo la fonte
Forse ciò che leggerai non accarezzerà subito la tua mente. È una lama di verità che taglia le illusioni: il problema non è altrove, non è negli altrə, ma nell’eco che vive dentro di noi. Non esistono incontri sbagliati né esperienze sbagliate.
Esistono specchi, soglie, porte che apriamo con mani visibili e invisibili per toccare quella parte di noi che ancora attende di essere riconosciuta, abbracciata, guarita.
Dietro a ogni corazza pulsa un corpo di dolore. Chi si muove nel mondo con armi e armature non è oscurə, ma custodisce ferite antiche. Non si è ancora concessə di danzare nudə nella propria vulnerabilità, perché un giorno lo fece e il prezzo fu un incendio.
Nessuna colpa. Solo ignoranza. E l’ignoranza morde sempre la pelle più tenera. È così che trattiamo anche la Terra: l’abbiamo penetrata senza ascolto, conquistata senza amore, eppure lei, Madre e Amante, ancora ci nutre e ci avvolge.
Noi invece serbiamo il dolore come un dio segreto. Erigiamo templi di pietra intorno al cuore, perché sopravvivere sembra più sicuro che rinascere. Così il dolore diventa maschera, diventa nome, diventa gabbia.
La parte ferita non è peccato, non è rovina, non è condanna. È una porta iniziatica: se la attraversi, ti restituisce al tuo cammino. La ferita non è più il pianto dell’infanzia, ma il nodo dell’adultə che lotta con la propria ombra.
Molti diventano roccia per nascondere di essere acqua. Il rifiuto insegna a rifiutarsi. L’abbandono insegna ad abbandonarsi. Si esilia la propria tenerezza quando nessun’altra anima ha saputo contenerla.
Il vero sadhana è prendersi cura di quella tenerezza. Non sotterrarla, non fuggirla, non negarla. Il capolavoro dell’esistenza è chiedere come un bambino e ricevere come un re, fidandosi che l’Amore non è un privilegio, ma la nostra natura.
La parte ferita ha camminato nel deserto senza contare i passi. La vera forza è sentire quando il vaso trabocca, quando si porta acqua per sete che non è la propria, quando si dona fino a svuotarsi, quando si vuole essere vistə senza mai mostrarsi, quando si controlla per paura di dissolversi, quando si respinge la carezza perché non si conosce il piacere di riceverla.
Questa è la forza: diventare custodi del proprio sangue sacro. Non per girare in eterno nello stesso cerchio, ma per liberare la coda del Drago e cavalcare la corrente della vita, non più come creaturə impauritə, ma come amantə dell’Esistenza.
Coraggio e umiltà nei nostri passi.
Respiro e fuoco nei nostri cuori.
Amore che scorre, per tuttə e da tuttə.