Essere assertivi non significa imporre la propria volontà o saper discutere con abilità. Significa, più profondamente, abitare la propria verità. È un atto d’amore verso se stessi e verso la vita che ci attraversa.
Spesso pensiamo all’assertività come a una qualità mentale, fatta di parole scelte, di gestione, di ricerca e di autocontrollo. Ma la mente da sola non basta: può costruire discorsi coerenti, ma se il corpo è chiuso, se il respiro è corto, se il cuore è trattenuto, la voce perde forza.
La via della consapevolezza, che integra i quattro piani di realtà, ci invita a spostare, quindi, l’attenzione dalla testa al corpo; non alle performance quotidiane, ma alla presenza. L’assertività, quindi, da questa prospettiva, non è più una strategia, ma un atto di consapevolezza incarnata. È la capacità di stare, di sentire, di lasciar parlare la verità che abita nei tessuti, nel respiro, nella pelle.
Quando siamo presenti nel corpo, la parola nasce spontanea e limpida. Non ha bisogno di difendersi né di attaccare. È semplice, diretta, pulita. La vera assertività non è un “dire bene”, ma un “dire da dentro”.
Ne deriva che il corpo si trasforma in una bussola, e apre, dentro di noi, un mondo di nuove visioni e di prospettive totalmente diverse, che dovranno essere integrate, pena la stasi, nella vita di tutti i giorni, poiché diventerebbe impossibile lasciarle andare e far finta che non ci siano.
Ormai sappiamo che prima che la mente comprenda, il corpo sa già. È il corpo che si espande di fronte a ciò che ci nutre, e che si chiude davanti a ciò che non ci appartiene. Imparare ad ascoltare questi segnali significa tornare a un sapere antico, istintivo, primordiale.
Questa presenza si chiama radicamento: la capacità di sentire la terra sotto i piedi, di respirare nel ventre, di lasciare che la gravità ci sostenga. Un corpo radicato non ha bisogno di convincere, perché emana. Non reagisce, risponde. Non controlla, fluisce.
E da questa calma fermezza nasce un modo diverso di comunicare: non più per difendersi, ma per manifestare la propria essenza: la parola non è più uno sforzo, ma un’emanazione del cuore.
Nel linguaggio di cuore, per esempio, ogni “sì” e ogni “no” sono movimenti dell’energia vitale. Il sì espande, accoglie, abbraccia. Il no ritrae, protegge, definisce. Entrambi sono necessari, entrambi sono amore. L’assertività nasce quando impariamo a rispettare la danza tra apertura e chiusura, tra accoglienza e confine. Un “no” detto con il cuore aperto ha la stessa dolcezza di un “sì” sincero.
Avere il sentore oppure la certezza di proprie fragilità o difficoltà non dovrebbe voler dire essere deboli, ma essere veri. Dire “mi fa male”, “non mi sento prontə”, “ho bisogno di spazio” è un atto di potere interiore, perché nasce dalla presenza esercitata ed educata. Potrebbe sembrare difficile attuare tutto ciò, ma, come ormai sappiamo, la resistenza al cambiamento è maggiore del cambiamento in se. Altro risvolto di difficile gestione è la vulnerabilità che il contesto esercita su di noi, spingendo verso modelli stereotipati e ormai anacronistici. Quando, ciò che ci vive intorno, non è inclusivo, è giudicante, e non lascia spazio ad esperienze nuove sotto tutti i punti di vista: corporei, romantici e sessuali per esempio, il trauma è dietro l’angolo.
Come chiosa affermerei che essere assertivi non è una tecnica, ma uno stato dell’essere. È la voce della vita che parla attraverso di noi, chiara, radicata, gentile. E quando la lasciamo scorrere, scopriamo che la vera assertività non è mai un atto di forza, ma un atto d’amore. Un corpo che non teme di sentire è un corpo libero, e un corpo libero comunica senza sforzo.