Riscrittura, a modo mio, di un testo trovato sul web del quale non ricordo la fonte
Forse ciò che leggerai non accarezzerà subito la tua mente. È una lama di verità che taglia le illusioni: il problema non è altrove, non è negli altrə, ma nell’eco che vive dentro di noi. Non esistono incontri sbagliati né esperienze sbagliate.
Esistono specchi, soglie, porte che apriamo con mani visibili e invisibili per toccare quella parte di noi che ancora attende di essere riconosciuta, abbracciata, guarita.
Dietro a ogni corazza pulsa un corpo di dolore. Chi si muove nel mondo con armi e armature non è oscurə, ma custodisce ferite antiche. Non si è ancora concessə di danzare nudə nella propria vulnerabilità, perché un giorno lo fece e il prezzo fu un incendio.
Nessuna colpa. Solo ignoranza. E l’ignoranza morde sempre la pelle più tenera. È così che trattiamo anche la Terra: l’abbiamo penetrata senza ascolto, conquistata senza amore, eppure lei, Madre e Amante, ancora ci nutre e ci avvolge.
Noi invece serbiamo il dolore come un dio segreto. Erigiamo templi di pietra intorno al cuore, perché sopravvivere sembra più sicuro che rinascere. Così il dolore diventa maschera, diventa nome, diventa gabbia.
La parte ferita non è peccato, non è rovina, non è condanna. È una porta iniziatica: se la attraversi, ti restituisce al tuo cammino. La ferita non è più il pianto dell’infanzia, ma il nodo dell’adultə che lotta con la propria ombra.
Molti diventano roccia per nascondere di essere acqua. Il rifiuto insegna a rifiutarsi. L’abbandono insegna ad abbandonarsi. Si esilia la propria tenerezza quando nessun’altra anima ha saputo contenerla.
Il vero sadhana è prendersi cura di quella tenerezza. Non sotterrarla, non fuggirla, non negarla. Il capolavoro dell’esistenza è chiedere come un bambino e ricevere come un re, fidandosi che l’Amore non è un privilegio, ma la nostra natura.
La parte ferita ha camminato nel deserto senza contare i passi. La vera forza è sentire quando il vaso trabocca, quando si porta acqua per sete che non è la propria, quando si dona fino a svuotarsi, quando si vuole essere vistə senza mai mostrarsi, quando si controlla per paura di dissolversi, quando si respinge la carezza perché non si conosce il piacere di riceverla.
Questa è la forza: diventare custodi del proprio sangue sacro. Non per girare in eterno nello stesso cerchio, ma per liberare la coda del Drago e cavalcare la corrente della vita, non più come creaturə impauritə, ma come amantə dell’Esistenza.
Quando la monogamia viene imposta come “la regola” da religioni, istituzioni e/o modelli sociali, smette di essere una scelta d’amore e diventa piuttosto un vincolo. Non è più un incontro spontaneo tra due persone, ma un sistema che tende a imbrigliare e a frammentare l’energia del desiderio. Il Tantra ci insegna a vedere il corpo come un tempio e l’eros come una forza che unisce materia e spirito; la monogamia normativa, invece, spesso lo riduce a controllo, gelosia, sorveglianza.
Ogni volta che un’energia vitale viene repressa anziché integrata, produce inevitabilmente delle ombre.
Non è difficile accorgersene: coppie che si amano ma finiscono a tradirsi, persone che costruiscono vite parallele, rapporti che si nutrono di sospetto o di fughe segrete. Non è il desiderio a essere “malato”, ma il suo soffocamento. Quando ciò che si sente nel profondo non può essere vissuto apertamente, nasce la frattura interiore: ed è da lì che prendono forma ossessioni, dipendenze, mercificazione dei corpi.
Dal punto di vista sistemico, l’energia erotica non scompare mai. Se non trova un canale autentico, riaffiora in forma di crisi, di conflitti o di improvvise rotture. Quante famiglie che sembravano stabili si sgretolano da un giorno all’altro? Quanti matrimoni, svuotati dall’abitudine, finiscono per esplodere nel silenzio accumulato? Spesso ciò che osserviamo non è un “fallimento personale”, ma il segno di un sistema incapace di riconoscere la sessualità come parte sacra e naturale dell’esistenza.
Le scienze contemporanee lo confermano: dalle neuroscienze affettive alla psicoanalisi profonda, emerge la stessa verità che le tradizioni tantriche hanno custodito per secoli. La libertà erotica non è un capriccio, ma un bisogno biologico ed evolutivo. Il desiderio cerca sempre una strada; se lo blocchiamo, diventa rabbia, senso di colpa, paura, violenza.
L’alternativa non è abbandonarsi al caos, ma aprirsi a un nuovo paradigma di integrazione. Un amore che non si riduca a contratto, ma che sappia onorare la verità di ciò che accade tra due o più persone capaci di restare presenti. Fedeltà non come possesso, ma come adesione sincera a ciò che si vive insieme.
L’amore umano è troppo vasto per essere rinchiuso in una scatola di regole. Ogni volta che tentiamo di limitarlo, prepariamo il terreno a fughe e ferite. Ogni volta che lo accogliamo e lo integriamo, invece, apriamo la porta a un’esperienza sacra: eros come respiro, come danza, come forza che rinnova il mondo.
“E noi ancora, ancor più su Planando sopra boschi di braccia tese Un sorriso che non ha Né più un volto né più un’età”
Ci sono frasi che non ti lasciano più. Questa di Battisti, per esempio, sembra una di quelle che ti restano dentro come una porta socchiusa. Ti invita a entrare in uno spazio diverso, dove le cose non hanno più contorni rigidi: un sorriso non appartiene a un volto, non ha età, è semplicemente energia che si diffonde.
Se ci pensi, è un’immagine fortissima. Perché ci dice che possiamo liberarci dai soliti schemi: dal chi sei? quanti anni hai? cosa fai? da che parte stai?. È un invito a sentirci parte di qualcosa di più grande, non per annullarci, ma per scoprirci più ampi, più leggeri.
E poi c’è quell’altro passaggio: planando sopra boschi di braccia tese. Planare non è correre, non è combattere, non è nemmeno fuggire. È un lasciarsi portare. Non con passività, ma con fiducia. È un po’ come quando ti accorgi che puoi smettere di remare controcorrente e finalmente inizi a galleggiare. Non perdi forza, anzi: impari a usarla meglio.
Questa immagine del planare mi ricorda molto l’approccio tantrico: invece di reprimere, di trattenere o di sprecare energia, impari a trasformarla. Non separi più corpo e spirito, piacere e conoscenza, ma li vivi insieme. Il tantra è un “sì” alla vita, e planare ha esattamente questa qualità: non forzi, non ti opponi, ma resti presente, lasciandoti attraversare.
E quei boschi di braccia tese? Un bosco non è mai solo un mucchio di alberi: sotto la terra, le radici si parlano, i miceli creano reti invisibili di nutrimento. È un organismo unico. Anche noi, in fondo, siamo così: pensiamo di essere individui isolati, ma in realtà siamo immersi in reti di relazioni, di affetti, di sistemi ecologici e sociali che ci connettono. Un sorriso, un gesto, una parola, hanno risonanze che arrivano molto più lontano di quanto immaginiamo.
Ed è qui che si apre un futuro diverso. Non quello cupo e distopico che spesso ci raccontano, pieno di paure e scenari apocalittici, ma un futuro luminoso. Non sto parlando di utopie irraggiungibili, ma di scelte quotidiane che creano luce. Ogni volta che non ci facciamo ingabbiare da categorie rigide, ogni volta che trasformiamo invece di reprimere, ogni volta che pensiamo in termini di interconnessione e non di isolamento, stiamo già costruendo quel futuro.
Il sorriso senza volto diventa allora una specie di simbolo: non è di qualcuno in particolare, ma appartiene a tutti. Non è vincolato all’età, perché è sempre presente. È l’energia di un’umanità che si riconosce parte di un tutto. E planare sopra i boschi non è più una fuga poetica, ma un atto di fiducia collettiva: fiducia negli altri, fiducia nel sistema vivente, fiducia nelle correnti che ci sostengono anche quando pensiamo di essere soli.
In fondo, se ci pensi, è un invito a cambiare postura verso la vita. Non quella del guerriero che combatte tutto, non quella del cinico che si ritrae, ma quella di chi si lascia attraversare dal vento. La leggerezza non è superficialità, è saper danzare con le cose senza esserne schiacciati.
E allora il messaggio di quei versi, oggi, potrebbe suonare così: non c’è bisogno di forzare, non c’è bisogno di dividersi in categorie, non c’è bisogno di difendere muri identitari. Possiamo vivere come reti, come boschi, come sorrisi senza volto che appartengono a tutti. Possiamo trasformare l’energia invece di perderla. Possiamo guardare in alto, planando insieme, verso un futuro che non è fatto di buio, ma di luce.
Scrivere di sé con un approccio sistemico significa riconoscere che la storia personale non esiste in isolamento. Ogni vissuto si intreccia con le narrazioni altrui, con i contesti attraversati nel tempo, con le relazioni che hanno contribuito a plasmare, con i ruoli assunti o subiti lungo il percorso.
Nel pensare la sistemica, si può aggiungere una visione plurale e integrata, utile a utilizzare – nel leggere l’esperienza della narrazione di sé – uno sguardo grandangolare. Prendere distanza, allontanarsi per quanto possibile dall’autonarrazione centrata, e tendere verso una prospettiva molteplice, capace di illuminare l’autobiografia da diverse angolature: non solo la voce di chi la racconta, ma anche quella di testimoni, compagne e compagni di viaggio, soggettività silenziate o dimenticate.
L’atto del narrare sé diventerebbe allora un gesto che abbraccia la complessità, accoglie le contraddizioni e permette di osservare come la vicenda individuale si muova dentro un sistema più ampio di legami, significati e trasformazioni.
Sul piano dell’esperienza personale con la scrittura autobiografica, emerge che raccontare sé significa sempre coinvolgere altre soggettività, altri luoghi e altri tempi. I ricordi, le esperienze, non sono mai isolati: si intrecciano agli altri percorsi, ai contesti attraversati, alle relazioni che hanno lasciato traccia, in modo positivo o doloroso.
Talvolta si scrive per esplorare i ruoli vissuti, le responsabilità, le scelte compiute o evitate. Narrare di sé significa anche questo: ricomporre frammenti, accogliere le contraddizioni, lasciare spazio alla complessità. La narrazione non vive mai da sola: è parte di un sistema più grande. Raccontarsi permette allora di ravvivare e riconoscere i fili che collegano a chiunque altro attraversi il proprio mondo
Le parole non sono fiocchi di neve che si sciolgono al primo raggio di sole. Restano, persistono, come tracce invisibili che si imprimono nel cuore e nella mente. Ogni parola pronunciata ha un peso, una forza che va oltre il momento in cui viene detta. Può essere lieve come una carezza o tagliente come una lama, ma non svanisce mai davvero. Le parole costruiscono ponti, uniscono mondi, ma possono anche erigere muri e scavare abissi. Sono semi che germogliano nel silenzio, capaci di crescere e trasformarsi in ricordi, emozioni, o persino cicatrici.
È per questo che è importante usarle con cura, perché ciò che si dice può diventare eterno nella vita di chi ascolta. Le parole non sono semplicemente suoni: sono storie, promesse e talvolta ferite. Quando il sole torna a splendere, le parole restano lì, a ricordare chi si è e cosa si è lasciato dietro. Sono un lascito che continua a vivere, anche quando il tempo sembra cancellare ogni traccia.
Le parole hanno il potere di cambiare il corso delle cose, di illuminare oscurità e di placare tempeste. Possono essere un rifugio sicuro o un terreno scivoloso. È importante scegliere con attenzione cosa dire e quando, perché ogni parola ha un impatto che può essere profondo e duraturo. Non esistono parole innocue; ognuna lascia un segno, anche se non sempre visibile.
In un mondo dove tutto sembra cambiare rapidamente, le parole restano una costante. Sono un legame con il passato, un ponte verso il futuro. Possono essere un dono prezioso o un peso difficile da portare. Ma una cosa è certa: le parole non svaniscono mai. Restano sempre, come impronte indelebili nel cuore di chi le ascolta, capaci di costruire ponti o scavare abissi. E quando il sole splende di nuovo, le parole continuano a vivere, a ricordare e a trasformare.
Questa mattina nel svegliarmi ho pensato a scrivere a voi.
Storia un po’ pasquale, ma anche appena maldestra
E’ una mano fredda che si avvicina e che ti tocca prima lentamente, poi piano piano quando tu meno te lo aspetti, perché nel frattempo i tuoi pensieri erano rivolti altrove, ti stringe e vorrebbe non lasciarti più. Gli piace fare così, nutrirsi delle tue paure, dei tuoi ragionamenti inutili, di tutto quel mormorio che gira nella tua testa in modo vorticoso, senza fermarsi e soprattutto senza controllo, senza direzione, sbattendo qui e la, cercando di lacerare la bellezza che sai di possedere. Ti ricordi quella volta dell’incidente? Anche li c’era lei. E di quell’altra volta quando hai pronunciato quella parola che ha cambiato il corso della tua vita? la sua presenza era costante ormai da un po’ di giorni, ma te ne sei accorto solo dopo. Come sempre. L’hai sentita così tante volte che quasi ti manca, ma non sempre le storie finiscono male, perché hai imparato ad essere più caldo, a prevenire quella mano, che in fondo ti piace e ti fa sentire bene, così dici tu. Per giustificarti. Cerchi di toglierle i viveri, ma lei è anoressica e le fa solo piacere. E allora, cosa rimane da fare? Sai che faccio? Provo a descriverla come posso, descrivendo i suoi caratteri principali, com’è fatta, come cammina, cosa potrebbe pensare e alla fine, con mio grandissimo stupore, appare bellissima. Una mano fredda da amare. E lei, senza darmi il tempo per ascoltarla, per comprendere meglio, si scalda e diventa amore. Ed io ne rinasco.
La catarsi nella scrittura autobiografica si riferisce al processo di guarigione e liberazione emotiva che si può sperimentare attraverso la narrazione della propria storia di vita. Scrivere la propria autobiografia può offrire un’opportunità per esplorare e affrontare esperienze dolorose o traumatiche, permettendo di elaborare i sentimenti associati ad esse.
Ecco come la scrittura autobiografica può facilitare la catarsi:
1. Espressione delle emozioni: La scrittura offre uno spazio sicuro per esprimere le emozioni associate a esperienze passate. Puoi liberare sentimenti repressi o non elaborati, permettendo loro di emergere e trovare una forma di espressione.
2. Riflessione e comprensione: Scrivere la tua storia personale ti consente di riflettere sulle tue esperienze in modo più profondo. Puoi esplorare le cause e gli effetti delle situazioni che hai vissuto, cercando di comprendere meglio te stesso e gli altri coinvolti. Questo processo di riflessione può portare a una maggiore consapevolezza e accettazione.
3. Trasformazione del dolore: La scrittura autobiografica può aiutarti a trasformare il dolore e la sofferenza in una forma di arte o narrazione. Attraverso la scrittura, puoi trasmettere il significato delle tue esperienze e trovare un senso di guarigione personale.
4. Ripristino della narrazione: Raccontare la tua storia in modo coerente e significativo può aiutarti a ripristinare il senso di continuità nella tua vita. Puoi dare un ordine alle tue esperienze, riconnettere eventi passati con il presente e trovare una prospettiva più ampia.
5. Condivisione e connessione: può portare a una maggiore connessione con gli altri. Quando condividi la tua storia, puoi scoprire che le tue esperienze sono condivise da molte altre persone. Questa condivisione può portare a un senso di appartenenza e di comprensione reciproca.
6. Liberazione emotiva: Scrivere la tua autobiografia ti permette di liberarti da emozioni e ricordi che potrebbero averti tenuto prigioniero. Mettere per iscritto ciò che hai vissuto può dare una sensazione di sollievo e aprire spazi per nuove esperienze positive.
7. Trasmissione di un messaggio: Attraverso la scrittura autobiografica, puoi trasmettere un messaggio significativo agli altri. Puoi condividere le tue sfide, le tue lezioni apprese e le tue speranze, offrendo ispirazione e supporto ad altre persone che potrebbero essere nella stessa situazione.
La bellezza di scrivere di sé risiede nell’opportunità di esplorare e condividere la propria esperienza unica e personale con il mondo. Scrivere di sé stesso può essere un atto di auto-riflessione, di scoperta e di espressione creativa.
Quando si scrive di sé, si ha l’opportunità di esplorare i propri pensieri, emozioni, ricordi ed esperienze. Questo processo di auto-riflessione può portare a una maggiore consapevolezza di sé, alla comprensione dei propri sentimenti e al chiarimento delle proprie idee. Scrivere di sé può anche fornire una forma di terapia personale, consentendo di elaborare e affrontare eventi passati o emozioni complesse.
Inoltre, condividere la propria storia e il proprio punto di vista può essere un modo potente per connettersi con gli altri. Le esperienze e le sfide che affrontiamo nella vita sono spesso condivise da molte altre persone, e attraverso la scrittura personale possiamo creare un legame emotivo e di comprensione reciproca. Le nostre storie possono ispirare, incoraggiare e persino offrire conforto agli altri, creando una connessione umana autentica.
La bellezza di scrivere di sé risiede anche nella possibilità di creare qualcosa di unico e originale. Ognuno di noi ha una voce e una prospettiva unica, e attraverso la scrittura possiamo tradurre queste individualità in parole, immagini e storie. La scrittura personale ci permette di esprimere la nostra creatività e di condividere il nostro mondo interiore con gli altri.
Scrivere di sé può essere un processo di crescita e di auto-realizzazione. Attraverso la scrittura, possiamo esplorare i nostri obiettivi, sogni e aspirazioni, e creare una narrazione della nostra vita che ci ispira a diventare la versione migliore di noi stessi. Scrivere di sé può essere un atto di autocompassione e di fiducia nel proprio percorso personale.
In definitiva, la bellezza di scrivere di sé risiede nella possibilità di esplorare, condividere, creare e crescere. È un’opportunità di connettersi con se stessi e con gli altri, di esprimere la propria unicità e di ispirare il mondo con la propria storia.
La verità è che non mi importa se ti piaccio o no…anzi quando vuoi usciamo a bere qualcosa e parliamo male di me. E se avanza tempo ti spiego perché è meglio arrotolore gli spaghetti con il cucchiaio.
La parola autobiografia deriva del greco authòs bìos graphein, cioè scrivere della propria vita. E’ un gesto che si compie tutte le volte che mettiamo al centro dell’attenzione non solo gli avvenimenti che abbiamo vissuto, ma la storia della nostra personalità, l’evoluzione dei nostri pensieri e come abbiamo reagito alla nostra avventura esistenziale. E’ un viaggio attraverso le infinite stanze
della nostra memoria, luogo d’incontro con se stessi e con tutte quelle manifestazioni dell’essere umano, piacevoli o meno, che abbiamo vissuto.
L’autobiografia è ormai divenuta uno dei grandi temi della ricerca contemporanea. In letteratura, in sociologia, nella psicologia, ma anche nella storia e
soprattutto nella pedagogia. Le ragioni di questo interessamento sono molteplici, ma una prevale su tutte: il ritorno al centro del soggetto nella cultura contemporanea. L’epoca del dopo-le-ideologie mostra in modo evidente la crisi del soggetto, con la necessità ormai non più rinviabile di trovare nuovi percorsi esistenziali, di
porsi domande mai fatte sulla propria identità per assumersi in prima persona la cura di sé come rielaborazione di una più personale traiettoria di senso. Scrivere di se stessi permette, quindi, alla nostra interiorità di materializzarsi sul foglio, con l’aiuto delle parole e dona forma e sostanza ai ricordi e ai pensieri
intrisi di vissuti ed emozioni. Ed è proprio grazie alla scrittura che i nostri ricordi più intimi si liberano, a volte si scoprono dimensioni differenti, ci si può addirittura meravigliare, perché la penna ti porta in luoghi della tua anima che non potresti visitare se non attraverso la pratica silenziosa e solitaria della scrittura autobiografica.
Narrare se stessi, attraverso la scrittura, vuol dire anche assistere allo
spettacolo della nostra vita, ci si “vede” come in un film il cui montaggio e la cui sceneggiatura non sono dati, con i fotogrammi in bianco e nero o a colori, sbiaditi o accesi, a seconda che i nostri ricordi siano subito rintracciabili o abbiano bisogno di tempo e di silenzio per emergere. Il bisogno di scrivere è anche un tentativo di padroneggiare meglio la situazione: perché non solo ci aiuta a
capirla meglio ma perché ha una funzione catartica, liberatoria, perché scrivendo ci distanziamo dai problemi e li possiamo padroneggiare.
Quando partecipiamo ad un laboratorio o dischiudiamo le porte della nostra
vita alla scrittura autobiografica abbiamo la netta sensazione di fare qualcosa di bello per noi, di fermarci per un attimo pensando solo a noi stessi, fuori dai rumori, a volta fastidiosi, che tutti i giorni ci fanno compagnia. Il silenzio della scrittura diventa quindi una forma di ascesi, una condizione essenziale di lotta contro l’oblio. I ricordi che ne scaturiscono danno luogo a significati, che
forse non conoscevamo, e che a loro volta si trasformano in storie.
Questo processo riconcilia con quanto si è stati e procura all’autore emozioni di quiete, e quindi in un certo modo lo cura: lo fa sentire meglio attraverso il raccontarsi e il raccontare che diventano quasi forme di liberazione e di ricongiungimento. Perché l’azione del ripensare a ciò che abbiamo vissuto, crea un altro da noi. Lo vediamo agire, sbagliare, amare, soffrire, godere, mentire,
ammalarsi e gioire: quindi ci sdoppiamo, ci moltiplichiamo e ogni autobiografia è stata scritta perché l’autore aveva bisogno di attribuirsi un significato, anzi più di uno, e presentarsi al mondo.
Un aspetto importante che avviene è quello dell’autoformazione, perché
le parole della nostra vita ci aiutano a scavare dentro di noi e ai nostri saperi nascosti e a tirarli fuori mettendo in atto una rielaborazione, ri-significazione, risistemazione delle esperienze. È attraverso la narrazione di sé e dei propri sentimenti che possiamo cercare di metterci davvero in relazione con gli altri. La scrittura e la narrazione autobiografica fanno sì che i ricordi vengano isolati, quasi illuminati, poi che vengano messi in ordine, in sequenza e infine collocati in qualche luogo (contestualizzazione).
La mente opera ancora una concatenazione dei ricordi e una loro ri-significazione. Infatti, una volta scritto un frammento, o una parte della mia storia, lo inserirò diversamente da prima nel mio vissuto agendo un cambiamento.
L’altro aspetto importante che bisogna tener presente è quello della cura, che
si manifesta nel fatto che la scrittura permette di far decantare sulla pagina, di far uscire fuori di sé quello che dentro è in tumulto. Una volta che abbiamo reso oggettivo quel frammento, lo possiamo guardare con un po’ più di distacco e distanza e ci farà meno paura. La scrittura insomma ci permette di “fare i conti” o di aprirli, anche con le esperienze e i ricordi più dolorosi, di dargli un significato in un contesto, di accettarli finalmente.
Importanti in un laboratorio sono la sospensione del giudizio e la condivisione
facoltativa delle scritture. Il principio fondante è che si scrive individualmente ma insieme e la scrittura è il medium d’elezione. Ci saranno dei momenti di condivisione orale ma per lo più ci si dedicherà alla parola scritta. Ognuno scriverà di sé sulla base delle sollecitazioni proposte; questo viene però sempre fatto all’interno della coralità del gruppo, per questo verranno sollecitati anche momenti di condivisione. La condivisione non è obbligatoria ma auspicabile poiché presumibilmente ognuno è mosso da un’intenzione simile nell’approcciare la scrittura
autobiografica. E’, dunque, un’opportunità quella di poter offrire oralmente anche agli altri l’esperienza individuale che si è fatta. L’ascolto da parte degli altri è un ascolto attivo nel quale ci si lascia penetrare dalle parole, a mente sgombra da ogni forma di giudizio o pregiudizio, coltivando l’epoché cara ai greci. Si resta semplicemente in osservazione delle risonanze e/o dissonanze, senza echi, interpretazioni o psicologismi.
La scrittura autobiografica è quindi una pratica formativa per tutti e
tutte e per ciascuno, nessuno escluso.
Quello che leggerete è solamente il mio punto di vista che inizia e finisce dove inizia e finisce il mio corpo. Nulla di più e nulla ha a che fare con la verità assoluta, ma con la verità parziale, la mia e, solamente la mia. Questa precisazione serve a me per scrivere con l’io assertivo, orientato alla ricerca di senso e a voi per sindacare su questo mucchio di parole. E poi perché trovo l’assunzione di responsabilità un atto rivoluzionario.
La società contemporanea è ancora assoggettata a schemi antichi, ma non potrebbe essere diversamente, visto che le evoluzioni, le trasformazioni sociali e culturali sono lente e non sempre vengono “lette” con benevolenza, anzi spesso non emergono chiare neanche a chi possiede una buona pratica del sentire. La resistenza al cambiamento è dura e soprattutto non indolore. La cultura cambia non solo perchè ci sono persone che hanno detto e fatto cose, ma per un bisogno dell’umanità al di sopra del nostro controllo e gestione. Diversamente da chi afferma di credere solo a ciò che vede, io sono convinto che ci siano cicli energetici non vigilati che alternandosi rendono possibili azioni e pensieri. Abbiamo vissuto l’energia maschile con la sua bellezza ed il suo orrore, adesso siamo dentro un’era femminile anch’essa portatrice della polarità del bene e del male. Si vedrà.
Ogni giorno sento e leggo tantissime frasi del tipo: non ci sono più gli uomini e le donne di una volta, se sei un uomo devi fare così, se fossi una donna vera non gli avresti risposto, gli uomini e le donne vere si comportano diversamente e così via con una sequela infinita di gabbie mentali e programmi schiavizzanti, spesso autoinflitti (e questo è il vero dramma). Sempre in competizione, sempre una persona contro l’altra, sempre vivendo il mondo in verticale io sopra e tu sotto, o in orizzontale, ci sono prima io e tu, dopo. Uomini contro donne, donne contro uomini, uomini contro uomini e donne contro donne, in una spirale di violenza senza fine, quando in verità siamo tutti vittime a carnefici, oppressi e oppressori e insieme dovremmo aiutarci, vederci emotivamente, dare un segnale di presenza vera, soprattutto alle persone che ci stanno vicino.
Io penso al nostro mondo come uno spazio pluridimensionale, nel quale non esistono distanze, separazioni, sotto, sopra, ma bensì un movimento, probabilmente non a caso, anzi sicuramente non a caso, nel quale ci spostiamo laddove è presente qualcosa che dovrebbe farci evolvere. Le famose domande alle quali dovremmo dare una risposta, oppure esperienze, senza le quali rimarremmo impantanati, in caso non le capissimo, nello stesso magma della comfort zone e del loop.
L’evento che ha fatto emergere, più di ogni altro, il disegno cosmico del cambiamento, di un qualcosa in evoluzione contro il binarismo in ogni ambito del vivere è sicuramente la caduta del muro di Berlino. Avevo vent’anni e ogni colpo, visto in tv, inferto a quel maledetto muro era come se lo avessi dato anch’io, ero lì con loro e ringraziavo per ciò che stavano facendo. Sono rimasto incollato allo schermo per giorni con un senso di liberazione senza eguali e con la felicità di vedere le persone abbracciarsi (il gesto più bello in assoluto), perché in fondo siamo tutti, a quel livello, sulla stessa barca. Il muro è causa di una divisione decennale, non solo fisica, ma emotiva, energetica e spirituale. La caduta del muro di Berlino ha dato il via ad un rimescolamento di tutto ciò che era nella norma, né normale né giusto. Quanti muri sono presenti ancora nella nostra vita? Interni, tantissimi.
Come tutto, a meno che voi non lo vediate, si sta trasformando, in che cosa non si sa! Lo sapremo solo vivendo e la stessa conoscenza sarà in capo alle generazioni future, magnificamente immerse in un mondo molto diverso dal nostro. Magnifico! A dispetto di tutti quei boomer, sociopatici e avvizziti mentalmente, ancora sulla cresta dell’onda che vorrebbero insegnare a quelli più giovani come si vive per davvero. Poveri! Non accettano che dovrebbero farsi da parte.
Anche la sessualità vive, fortunatamente, questa evoluzione e non potrebbe essere diversamente. Politica, stati, filosofie, religioni e ideologie non potranno fare nulla per contrastare un movimento dell’anima e la volontà di autodeterminarsi delle persone in tutti gli ambiti della vita. Ci si libera sempre più dalle costrizioni millenarie, cioè dalla cultura dominante. Chi la chiama patriarcato, chi capitalismo (sono solo dei nomi) chi invece, come me, pensa che tutto ciò sia solo la punta dell’iceberg di qualcosa di più grande, più difficile da individuare, che permea ancora troppo tutto ciò che facciamo e che distanzia l’umanità dalla felicità.
Ci hanno detto da sempre che esistono gli uomini e le donne e che questi si comportano in un certo modo, accoppiandosi tra loro, creando la famiglia, facendo un certo tipo di sesso e che questo è composto dai preliminari e dal sesso penetrativo. Tutto ciò è falso. Estremamente falso. Il sesso con l’altra persona inizia quando affiora il desiderio e non è detto che la penetrazione sia, nel caso della coppia etero, ma anche nelle altre sessualità la componente più importante. Tutto ciò per difendere il bisogno millenario di controllo sui corpi, sia quello maschile, sia quello femminile per l’evidente necessità di avere bambini e bambine che possano continuare il gioco tradizionale dell’unione familiare. Ciò non vuole essere una diatriba nei confronti di chi si vuole unire in famiglia, ci mancherebbe altro, ma una spinta all’autodeterminazione in ogni ambito dell’esistenza.
Sempre più persone sentono una spinta verso altro e avere curiosità per l’esplorazione di sessualità differenti rientra a pieno titolo nel mood della contemporaneità e del futuro.
Tutto ciò apre le porte ad una meravigliosa pluralità di sfumature, altro che i sette colori dell’arcobaleno, con le quali dovremmo farci i conti integrandole nella cultura, nella lingua, nei gesti e nelle parole che scegliamo di usare.
In ultima e breve analisi tutto scorre e tutto si trasforma, quindi vi lascio con una domanda: Siamo pronti a ricevere la bellezza dell’unicità delle persone?