Sono uno che si è perso. E poi ha ricominciato a scrivere.
C’è un momento in cui smetti di scrivere, anche solo un messaggio, e ti rendi conto che non hai più parole. Non è pigrizia. È il segnale che qualcosa si è svuotato. Poi qualcosa ricomincia, senza giri di parole. Senza esercizi di stile. Scrittura cruda.
Ho attraversato il burnout. In ogni aspetto della mia vita, professionale, relazionale, identitario. Non è stato un momento preciso: è stata una lenta erosione, fino a quando, mi sono accorto che l’unica cosa rimasta era il contorno di me. Vuoto. Spiazzato. Quasi morto. Mi chiedo adesso: c’è stata bellezza in tutto questo? si certamente. Ho compreso che era ciò di cui avevo bisogno. Grazie.
In un lento risalire la china, ho ritrovato me stesso con la scrittura, il silenzio, il vuoto ed il buio di casa mia. Non attraverso una tecnica, non attraverso un metodo, come tanti ci propongono ma, traghettando verso la parola scritta, il mettere parole su una pagina, anche quando queste erano sbagliate, anche quando erano solo rabbia o stanchezza. Dopotutto, la bellezza di attraversare una morte emotiva in uno stato di consapevolezza e di presenza, ha poi plasmato l’humus sul quale adesso vivo. Stop. E adesso?
Questo è quello che faccio oggi. Questo è chi sono adesso.
Non parlo a una categoria. Parlo a chi si è persə. La mia voce, quindi non ha un genere. Ha una direzione. Parlo a chiunque attraversi un momento di rottura: burnout, separazione, crisi di senso. Queste sono esperienze che attraversano tutti i corpi e tutte le storie. Non ho un pubblico ideale disegnato su una lavagna: ho una direzione, e chi volesse camminare in quella direzione troverà qui, forse, qualcosa di utile.
Il fatto che io sia un uomo etero cis, con un approccio queer al mondo, non è un paradosso, come in tantə potrebbero pensare. È una risorsa perché rompe l’aspettativa e le rappresentazioni personali e mi permette di parlare da dentro, non dall’esterno. Di non dare nulla per scontato. E non è poco.
La pagina bianca non ti chiede chi sei prima di lasciarti scrivere. Lei sa già tutto, ti lascia solo lo spazio per manifestarti. Prendilo. È uno dei pochi posti così.
La mindful writing non è una pratica di benessere da inserire nella routine mattutina tra il caffè e la meditazione. È uno spazio in cui tornare a se stessə quando le parole sono sparite. Quando il rumore è troppo o l’assenza è troppo silenziosa.
Ciò che troverai non è ispirazione. Non ti prometto trasformazioni. Toccano a te, non certo a me. Però ti offro strumenti reali, passi piccoli, esercizi fattibili e una voce calda, non un manuale di self-help.
Un punto fermo.
Ho deciso di smettere di ammorbidire quello che sono per renderlo digeribile a più persone possibili.
Sono uno che ha attraversato il fuoco e ha trovato nella scrittura l’unico posto dove il fuoco si poteva guardare senza bruciarsi. Sono uno che parla di un mondo che rende le persone vulnerabili, parlo di fragilità degli uomini senza demonizzarla. Sono uno che usa un linguaggio aperto senza farne una bandiera. Che crede che la cura di sé non abbia un genere, un orientamento, una struttura familiare di riferimento.
Da qui in poi, questo è il punto da cui parto. Ogni post, ogni esercizio, ogni storia che condivido nasce da questo.
Io ci sono, e tu?