Una conversazione con lei quando ancora non la conoscevo.
Io: Sai una cosa che mi ha proprio cambiato il modo di guardarmi? Anni fa ho iniziato a studiare il tantra. E lì dentro c’è questa idea, semplice ma enorme, che ogni persona, uomo, donna, chiunque, è un flusso continuo di vita. Corpo, mente, spirito, tutto intrecciato. Niente di fisso, niente di separato.
Lei: Interessante davvero. E che effetto ti ha fatto, a te che sei un uomo?
Io: È stato come togliermi una corazza che non sapevo nemmeno di avere. Cioè, pensa a tutte quelle frasi che ci siamo sentiti dire da piccoli: controllati, non mostrare, non cedere. Io le avevo proprio assorbite, senza rendermene conto. E quando ho iniziato a metterle in discussione, ho trovato una forza completamente diversa.
Lei: Diversa come?
Io: Più sottile. Ma molto più viva. Viene fuori quando ti permetti di stare dentro un’emozione, invece di scapparne. Quando lasci che il piacere scorra nel corpo. Quando riesci ad ammettere di sentirti vulnerabile senza che sia una sconfitta.
Lei: Sai, quella parola, vulnerabilità, per me è sempre stata difficile da usare al maschile. Come se fosse permessa solo ad alcune di noi.
Io: Esatto, ecco! Ed è proprio questo il punto. Nel tantra l’eros non è conquista, non è performance. È uno spazio in cui ti lasci davvero toccare da chi è con te. Ho imparato a sentire, non a dominare. A fluire, non a possedere. E ci ho messo un po’ a capire quanto fosse diverso.
Lei: E il pensiero queer come c’entra? Perché tu sei etero, no?
Io: Sì, sì. E all’inizio anch’io mi chiedevo cosa c’entrassi, onestamente. Poi ho capito che non si tratta di identità sessuale. Si tratta di guardare in faccia le storie che ci siamo portati dietro. Le polarità: duro/morbido, forte/debole, attivo/passivo. Il pensiero queer le mette in discussione, le scioglie. E da lì nasce una danza, davvero.
Lei: Bella come metafora, la danza. Ma concretamente, nella vita di tutti i giorni, cosa è cambiato?
Io: Ogni relazione è diventata un laboratorio. Con i miei amici, con le amiche, con la mia “futura” compagna (ridiamo, perché in fondo vorrei che fosse lei). Ho riscoperto il corpo come spazio di conoscenza. Non solo il piacere sessuale, anche quello più semplice, sai, di essere presenti, in contatto. La gentilezza è diventata sensuale. La cura è diventata un gesto erotico. E pure rivoluzionario, in un certo senso.
Lei: Questo mi colpisce molto, sai. Perché spesso le persone separano questi piani: o sei presente emotivamente, o sei desiderante. Come se non potessero stare insieme.
Io: E invece si alimentano! La tenerezza non indebolisce il desiderio, lo approfondisce. È lì che mi sono sentito per la prima volta davvero intero. Forte e tenero insieme. Radicato nel piacere di esistere, ecco.
Lei: Suona bene. Forse troppo bene. C’è stato qualcosa di difficile, in tutto questo?
Io: (sorridendo) Tutto. Ho dovuto far morire tutto ciò che mi aveva portato ad essere quello che ero e poi rinunciare al controllo fa paura, sul serio sai. Sentirsi è faticoso. E ci sono state persone che mi guardavano strano, come se stessi abdicando a qualcosa di importante. Ma più andavo avanti, meno mi importava di quella roba.
Lei: Quindi alla fine, che cos’è per te la mascolinità, adesso?
Io: Non è più una regola da rispettare. È qualcosa che vivo con la carne, il calore, la presenza. È ritmo, respiro, energia che danza. E quando ci sono dentro davvero, non come teoria, ma come cosa che sento nel corpo, mi sento pellegrino di me stesso. In buona compagnia.