L’appocundria e la mindfulness

L’appocundria e la mindfulness

L’appocundria e la mindfulness

C’è una parola napoletana che non si traduce: si sente. Quella parola è appocundria. Non è tristezza, non è noia, non è malinconia. È tutte e tre insieme, mescolate con un po’ di stanchezza e il senso che le cose non vanno esattamente come vorresti. Pino Daniele la cantava come fosse una condizione normale dell’anima — qualcosa che arriva, si siede accanto a te, e non ti chiede il permesso. La mindfulness, a prima vista, sembra l’opposto. Presenza. Leggerezza. Respiro. Ma non è così. La pratica della consapevolezza non ti chiede di cacciare via l’appocundria — ti chiede di sederti accanto a lei, guardarla negli occhi, e non scappare.

Cos’è l’appocundria, davvero!

Tutti l’abbiamo provata. È quella sensazione di domenica pomeriggio quando non sai cosa fare di te stesso. È guardare fuori dalla finestra sotto la pioggia e non avere voglia di niente. È pensare a qualcosa che non c’è più o a qualcosa che non è ancora arrivato.

La cosa che ci fa più paura dell’appocundria non è la sensazione in sé. È il non sapere come uscirne. E allora ci distraiamo — lo schermo, il cibo, il rumore — qualsiasi cosa pur di non stare lì, fermi, con quella roba addosso.

Cosa c’entra la mindfulness

La mindfulness è semplice, anche se non è facile. È la pratica di stare con quello che c’è, senza combatterlo. Non si tratta di meditare su una montagna o di diventare zen. Si tratta di fermarsi — anche solo per tre minuti — e notare quello che senti.

Quando l’appocundria arriva, la mente inizia a girare. Pensa al passato, si preoccupa del futuro, costruisce storie su storie. La mindfulness ti riporta a questo momento: il respiro che entra, il respiro che esce. Il peso che senti nel petto. Il silenzio nella stanza.

Non sparisce niente. Ma diventa più sopportabile. Perché invece di esserne travolti, cominciamo a osservarlo da fuori.

Pino Daniele lo sapeva già

Nelle canzoni di Pino Daniele non c’è mai fuga. C’è presenza totale dentro il dolore. Quella voce roca che accarezzava le parole senza fretta, quel modo di stare nelle canzoni come se il tempo non esistesse — era, a modo suo, una forma di consapevolezza.

L’appocundria non era una malattia da guarire. Era una condizione da abitare. E lui la abitava con dignità, con musica, con parole precise. Ce la cantava come si racconta una cosa vera — senza vergogna, senza drammi.

Come farlo in pratica

Non serve nessuna app, nessun corso, nessun cuscino speciale. La prossima volta che senti quell’appocundria arrivare, prova così:

1 • Siediti. Anche sul divano va bene.

2 • Chiudi gli occhi, o abbassali verso il basso.

3 • Fai tre respiri lenti. Non devi fare nulla di speciale, solo respirare.

4 • Chiediti: dove sento questo peso nel corpo? Nel petto? Nella testa? Nelle spalle?

5 • Non devi rispondere, non devi risolvere. Basta notare.

Questo è tutto. È poco, ma è reale. E con il tempo, cambia qualcosa. Stare sulla riva senza risolvere niente. C’è un’immagine che aiuta: pensa all’onda del mare. Puoi combatterla e farti buttare giù. Oppure puoi imparare a starci in mezzo, senza resistere, lasciando che passi. L’appocundria è un’onda. Non ti uccide, anche se a volte sembra così. Passa. E tu puoi imparare a stare sulla riva, a guardarla arrivare e andare, senza dover risolvere niente. Come diceva Pino: ‘o mare nun cambia. E neanche tu devi cambiare, per forza. Puoi solo imparare a stare lì, con quello che sei.

Articolo ispirato alla canzone Appocundria di Pino Daniele e alle pratiche di mindfulness