La lobby che ti uccide è la stessa che ti nutre

La lobby che ti uccide è la stessa che ti nutre

La lobby che ti uccide è la stessa che ti nutre

Africa Unite e la poetica del paradosso: quando il reggae diventa filosofia politica

«La lobby che ti uccide è la stessa che ti nutre» — Africa Unite, Uomini

Ci sono frasi che, per quanto brevi, contengono dentro di sé un intero sistema di pensiero. Di fatti questo articolo è frutto di un percorso di approfondimenti vari e di confronto con i limiti ai quali mi sono trovato. Mentre scrivevo concetti e parole, come brainstorming, troppi gli innesti che emergevano e troppe variabili che cambiavano alcune mie credenze. Quindi mi fermavo e riprendevo appena si schiarivano davanti a me ciò che tenevo di portare alla luce.

Uomini, brano degli Africa Unite, custodisce una frase di rara potenza: la lobby che ti uccide è la stessa che ti nutre. Undici parole. Un paradosso apparente. E una verità scomoda che tocca politica, economia, psicologia e antropologia con la stessa facilità con cui il reggae scandisce il tempo.

Questo articolo nasce da quella frase e da ciò che essa apre: un’analisi che parte dalla musica per arrivare alla struttura del potere contemporaneo, passando per la storia di una band che ha fatto della coerenza politica la propria cifra stilistica.

Africa Unite: quarant’anni di resistenza in levare

Nati a Pinerolo (To) nel 1980, gli Africa Unite sono la più longeva formazione reggae italiana. In un panorama musicale che spesso relegava il reggae a intrattenimento estivo o esotismo di maniera, loro hanno scelto fin dall’inizio la strada della coscienza: testi densi, militanza culturale, spirito di denuncia che Bob Marley aveva traghettato verso il mondo intero.

Nel corso di decenni di carriera, hanno saputo rinnovarsi senza mai tradire la propria vocazione. Uomini si inserisce in questa tradizione con la precisione di chi ha imparato a colpire nel segno. E in questo non c’è retorica. C’è diagnosi sociale, come la chiamo io.

Il titolo stesso, Uomini, è già una dichiarazione. Non si parla di un sistema astratto, di forze anonime o meccanismi impersonali. Si parla di esseri umani, della loro condizione, delle trappole che costruiscono e in cui cadono. Il reggae, in questo, è una lingua perfetta: ha sempre preferito il corpo al concetto, la pelle al teorema.

La struttura della frase è quella di un ossimoro: soggetto unico (la lobby), due predicati opposti (uccide / nutre), stesso oggetto (te). Il paradosso non è retorico, è strutturale e descrive non un’anomalia, ma una norma sistemica.

Cosa significa, concretamente? O meglio, cosa ci vedo io. Significa che il potere più efficace non è quello che si esercita attraverso la violenza diretta, ma quello che passa attraverso la creazione del bisogno. Chi ti nutre decide anche di quanto ti nutre. Chi ti cura decide anche quali malattie restano incurabili. Chi ti protegge decide anche da quali minacce proteggerti, e quali produrre. È un meccanismo antico quanto il potere stesso e sempre più persone, fortunatamente, lo riconoscono.

Il sistema, così, si trasforma in una dipendenza indotta e facendoci aiutare dalla psicologia del trauma, che conosce bene questo meccanismo, usiamo il concetto del trauma bonding. Il legame paradossale che si crea nelle relazioni abusive e disfunzionali, la vittima sviluppa una dipendenza emotiva proprio nei confronti di chi la ferisce. Il ciclo violenza-conforto-violenza crea una mappa affettiva distorta in cui il persecutore diventa anche l’unica fonte di sicurezza disponibile.

La frase degli Africa Unite traspone questa dinamica sul piano collettivo e politico-economico. Le lobby, intese nel senso più ampio di poteri organizzati che agiscono nell’ombra, non sono semplicemente nemiche. Sono strutturalmente necessarie al sistema di vita che hanno contribuito a costruire. E questa necessità è la vera misura del loro potere. E noi ci siamo dentro, spesso felicemente. Dipendere da chi ti danneggia non è irrazionale: è la razionalità di chi non ha alternative, o a cui le alternative sono state sistematicamente tolte.

Alcuni esempi contemporanei: dalla farmaceutica al digitale e i casi concreti in cui questo schema si manifesta sono numerosi e trasversali:

  • L’industria farmaceutica che finanzia la ricerca medica e allo stesso tempo brevetta farmaci a prezzi inaccessibili, che cura sintomi senza eliminare cause, che talvolta, come hanno dimostrato alcune inchieste giornalistiche, ha avuto interesse a produrre o perpetuare certi bisogni sanitari.

  • Le piattaforme digitali che offrono connessione, informazione e intrattenimento gratuitamente, estraendo in cambio attenzione, dati, tempo. La dipendenza dall’ecosistema digitale è strutturale quanto quella da un fornitore di energia: spegnerlo non è un’opzione reale per la maggior parte delle persone.

  • L’industria alimentare che produce cibo ultra-processato, ne studia scientificamente la dipendenza, e parallelamente vende integratori, diete e prodotti ‘salutistici’. Lo stesso gruppo aziendale che ti fa ammalare di eccesso ti vende la cura dell’eccesso. Un vero e proprio capolavoro del capitalismo. E noi andiamo felicemente al supermercato a comprare qualsiasi cosa, senza leggere le etichette

  • I sistemi finanziari che producono instabilità economica e poi vendono protezione dall’instabilità: la sicurezza per esempio, fatta però di controllo (altro concetto recente dell’ultimo brano degli Africa Unite)

In ognuno di questi casi, la lobby non è esterna alla vita quotidiana: ne è la struttura portante e si nutre di noi tutti i momenti, per ricrearsi con facce nuove e riprodursi continuamente. Che fare? antica domanda, sempre attuale

Il ruolo politico del reggae è vedere ciò che il sistema nasconde. Il reggae si plasma in Jamaica alla fine degli anni Sessanta, da chi vive nei ghetti: Lee Perry, Bob Marley, Peter Tosh, Burning Spear: tutti portavoce di una coscienza collettiva che il colonialismo aveva cercato di sopprimere e che la musica riportava in superficie. La tradizione rastafariana, cuore spirituale del reggae, insiste su un concetto chiave: Babylon. Babylon è il sistema di oppressione, la struttura di potere che mantiene gli uni in catene per il beneficio degli altri. Non è un nemico con un volto preciso: è un insieme di istituzioni, abitudini mentali e relazioni economiche che si autoriproduce.

Quando gli Africa Unite cantano la lobby che ti uccide è la stessa che ti nutre, stanno usando un linguaggio contemporaneo per dire qualcosa di antico: Babylon non è fuori di te, è dentro te e nelle strutture da cui dipendi ogni giorno. E vederla, riconoscerla, è già un atto di resistenza. Quindi la consapevolezza come atto politico: la frase non offre soluzioni differenti e non indica una via d’uscita. Ritorna il Che fare?

La musica di denuncia più onesta raramente promette rivoluzioni facili. Sa che il problema è strutturale, e che le strutture non crollano con una canzone. Ma sa anche che nulla può cambiare senza che le persone abbiano prima nominato il meccanismo che le tiene intrappolate. C’è una differenza sostanziale tra subire il sistema e riconoscerlo. Non è sufficiente, ma è necessaria. La frase degli Africa Unite è un atto di nomina: mette parole su una struttura che lavora per rimanere innominata, confusa, invisibili. In questo senso, ogni ascolto consapevole diventa un piccolo gesto di sottrazione al meccanismo. Non abbastanza per demolirlo. Ma abbastanza per non confonderlo con la realtà naturale delle cose.

In undici parole, gli Africa Unite comprimono un’analisi che la sociologia impiegherebbe capitoli interi a sviluppare. Lo fanno con la musica, che ha la capacità di arrivare dove i saggi non arrivano, di abitare i corpi oltre che le menti. La lobby che ti uccide è la stessa che ti nutre non è una frase nichilista quindi. È una frase che chiede lucidità. Che invita a guardare senza le lenti che il sistema stesso ha posizionato sul nostro naso. Che suggerisce, senza illusioni, che capire la trappola è il primo passo per non lasciare che sia lei a definire i confini del possibile.

In un’epoca in cui le lobby sono ovunque e spesso invisibili, il reggae e gli Africa Unite continuano a fare ciò che la grande musica ha sempre fatto: illuminare angoli che preferiremmo non guardare, con una grazia che rende quella luce sopportabile.