Metterci la faccia

Metterci la faccia

Metterci la faccia

Io: Quando parlo di mindful writing, non penso a una tecnica da applicare.
L’altra persona: E allora a cosa pensi?

Io: Penso a un modo di stare con se stessi. A una forma di presenza. A un ascolto così profondo da diventare quasi inevitabile scrivere.
L’altra persona: Inevitabile?

Io: Sì. Perché a un certo punto non scrivi più per dire qualcosa agli altri. Scrivi per non perdere il contatto con ciò che senti davvero.
L’altra persona: E cosa si incontra, in quel contatto?

Io: A volte chiarezza. A volte confusione. A volte una ferita che non avevi ancora guardato. Ma anche lì, dentro quella fragilità, c’è qualcosa di vivo che chiede di essere riconosciuto.
L’altra persona: Quindi scrivere non è solo esprimersi.

Io: No. È esporsi. È restare davanti a ciò che emerge senza voltarsi subito altrove. È avere il coraggio di stare con la propria verità, anche quando non è ordinata, anche quando non è bella.
L’altra persona: Questo suona quasi come un gesto di coraggio.

Io: Lo è. Perché scrivere con consapevolezza significa metterci la faccia. Significa dire: “sono qui, con quello che sento, con quello che temo, con quello che non so ancora nominare”.
L’altra persona: E non è una forma di vulnerabilità?

Io: Sì, profondamente. Ma la vulnerabilità, quando non viene nascosta, può diventare una soglia. È il punto in cui smetti di recitare un ruolo e inizi finalmente a incontrarti.
L’altra persona: Incontrarsi davvero sembra difficile.

Io: Lo è. Perché spesso viviamo separati da noi stessi, presi da ciò che dobbiamo fare, mostrare, controllare. La scrittura consapevole interrompe questo automatismo. Ti obbliga a rallentare. Ti chiede di sentire.
L’altra persona: E se quello che sento mi fa paura?

Io: Allora resta comunque lì. Non per analizzarlo subito, non per sistemarlo, ma per riconoscerlo. A volte il primo atto di cura è solo non abbandonare ciò che fa male.
L’altra persona: È una visione molto umana della scrittura.

Io: È l’unica che mi interessa. Perché la pagina non dovrebbe essere un luogo di perfezione, ma un luogo di verità. Un luogo dove la voce interiore possa emergere senza essere corretta troppo presto.
L’altra persona: E cosa cambia, quando succede?

Io: Cambia tutto, anche se in modo silenzioso. Perché inizi a vedere che la tua storia non è solo ciò che ti è accaduto. È anche il modo in cui scegli di guardarla, di abitarla, di trasformarla.
L’altra persona: Quindi scrivere può diventare trasformazione?

Io: Sì, ma non per magia. Per presenza. Per ascolto. Per quella fedeltà intima a ciò che c’è, anche quando non sai ancora dove ti porterà.
L’altra persona: Mi sembra quasi una forma di meditazione.

Io: Lo è. Solo che invece di sederti nel silenzio, ti siedi davanti alla pagina. E lasci che siano le parole a rivelarti ciò che in te chiede spazio.
L’altra persona: E da dove si comincia?

Io: Da un respiro. Da una domanda. Da una frase scritta senza fretta. Da un gesto semplice, ma pieno. Per esempio: “Cosa sto evitando di guardare?” oppure “Quale parte di me vuole essere ascoltata adesso?”
L’altra persona: E se non rispondo?

Io: Va bene lo stesso. A volte non serve rispondere subito. Serve restare nella domanda. Perché è lì che comincia il vero incontro.
L’altra persona: Allora la mindful writing è anche una forma di verità.

Io: Sì. Una verità che non urla, non impone, non dimostra. Una verità che si lascia trovare solo da chi ha il coraggio di fermarsi e ascoltare davvero.