Quando si scrive di sé, arriva sempre – prima o poi – un momento particolare: quel punto in cui si riesce a guardare alla propria esperienza da una certa distanza. Non è una distanza fredda, mentale, né un modo per allontanarsi dal dolore. È piuttosto un momento di consapevolezza, come se si facesse un respiro profondo e si riuscisse finalmente a vedere le cose in modo più ampio, più chiaro. Un po’ come quando, dopo una tempesta, si apre il cielo e si riesce a vedere il paesaggio con occhi nuovi.
Intrecciando la scrittura autobiografica con un approccio spirituale, questo punto di distacco non è una fuga dall’esperienza, ma una trasformazione del modo in cui la si vive e la si racconta. È come se il corpo, la mente e l’energia si allineassero per permettere alla memoria di fluire con più libertà. Non stiamo più scrivendo solo dal cuore ferito, ma da un centro più profondo, dove tutto è stato accolto, anche ciò che ha fatto male.
Da questo spazio interiore, più integrato, la scrittura comincia ad avere un’altra qualità. Innanzitutto, ci permette di dare un senso più ampio a ciò che abbiamo vissuto. I fatti non sono più solo episodi isolati, ma parti di un percorso. Cominciamo a cogliere connessioni, simboli, significati che prima non vedevamo. A volte è come se la vita, riletta da quel punto, ci parlasse attraverso un linguaggio più sottile.
Un altro aspetto importante è che, con il tempo e con questo tipo di lavoro interiore, riusciamo a riconoscere il cambiamento che c’è stato in noi. Chi scrive ora non è più esattamente la persona che ha vissuto quegli eventi. Si crea una sorta di dialogo interno tra il “sé narrante” – quello consapevole, testimone – e il “sé vissuto”, che magari era confuso, arrabbiato, spaventato. E questo dialogo è prezioso, perché porta guarigione.
Infine, quando si scrive da questo spazio, si apre anche una porta verso l’altro. Il lettore, chi ci ascolta, chi condivide il nostro racconto, riesce a riconoscersi nelle nostre parole. Non perché abbia vissuto le stesse cose, ma perché nella scrittura c’è qualcosa di universale, che va oltre la nostra storia personale. E questo crea empatia, connessione. È come offrire la propria esperienza come dono, come specchio.
In questo senso, il punto di distacco non è un freddo esercizio di tecnica narrativa, ma un vero passaggio di coscienza. È ciò che trasforma l’autobiografia da semplice sfogo emotivo a un atto profondo, a volte anche sacro. Scrivere così diventa un rituale, un processo di integrazione. Una pratica che guarisce, apre e connette.
Riscrittura, a modo mio, di un testo trovato sul web del quale non ricordo la fonte
Forse ciò che leggerai non accarezzerà subito la tua mente. È una lama di verità che taglia le illusioni: il problema non è altrove, non è negli altrə, ma nell’eco che vive dentro di noi. Non esistono incontri sbagliati né esperienze sbagliate.
Esistono specchi, soglie, porte che apriamo con mani visibili e invisibili per toccare quella parte di noi che ancora attende di essere riconosciuta, abbracciata, guarita.
Dietro a ogni corazza pulsa un corpo di dolore. Chi si muove nel mondo con armi e armature non è oscurə, ma custodisce ferite antiche. Non si è ancora concessə di danzare nudə nella propria vulnerabilità, perché un giorno lo fece e il prezzo fu un incendio.
Nessuna colpa. Solo ignoranza. E l’ignoranza morde sempre la pelle più tenera. È così che trattiamo anche la Terra: l’abbiamo penetrata senza ascolto, conquistata senza amore, eppure lei, Madre e Amante, ancora ci nutre e ci avvolge.
Noi invece serbiamo il dolore come un dio segreto. Erigiamo templi di pietra intorno al cuore, perché sopravvivere sembra più sicuro che rinascere. Così il dolore diventa maschera, diventa nome, diventa gabbia.
La parte ferita non è peccato, non è rovina, non è condanna. È una porta iniziatica: se la attraversi, ti restituisce al tuo cammino. La ferita non è più il pianto dell’infanzia, ma il nodo dell’adultə che lotta con la propria ombra.
Molti diventano roccia per nascondere di essere acqua. Il rifiuto insegna a rifiutarsi. L’abbandono insegna ad abbandonarsi. Si esilia la propria tenerezza quando nessun’altra anima ha saputo contenerla.
Il vero sadhana è prendersi cura di quella tenerezza. Non sotterrarla, non fuggirla, non negarla. Il capolavoro dell’esistenza è chiedere come un bambino e ricevere come un re, fidandosi che l’Amore non è un privilegio, ma la nostra natura.
La parte ferita ha camminato nel deserto senza contare i passi. La vera forza è sentire quando il vaso trabocca, quando si porta acqua per sete che non è la propria, quando si dona fino a svuotarsi, quando si vuole essere vistə senza mai mostrarsi, quando si controlla per paura di dissolversi, quando si respinge la carezza perché non si conosce il piacere di riceverla.
Questa è la forza: diventare custodi del proprio sangue sacro. Non per girare in eterno nello stesso cerchio, ma per liberare la coda del Drago e cavalcare la corrente della vita, non più come creaturə impauritə, ma come amantə dell’Esistenza.
Questa mattina nel svegliarmi ho pensato a scrivere a voi.
Storia un po’ pasquale, ma anche appena maldestra
E’ una mano fredda che si avvicina e che ti tocca prima lentamente, poi piano piano quando tu meno te lo aspetti, perché nel frattempo i tuoi pensieri erano rivolti altrove, ti stringe e vorrebbe non lasciarti più. Gli piace fare così, nutrirsi delle tue paure, dei tuoi ragionamenti inutili, di tutto quel mormorio che gira nella tua testa in modo vorticoso, senza fermarsi e soprattutto senza controllo, senza direzione, sbattendo qui e la, cercando di lacerare la bellezza che sai di possedere. Ti ricordi quella volta dell’incidente? Anche li c’era lei. E di quell’altra volta quando hai pronunciato quella parola che ha cambiato il corso della tua vita? la sua presenza era costante ormai da un po’ di giorni, ma te ne sei accorto solo dopo. Come sempre. L’hai sentita così tante volte che quasi ti manca, ma non sempre le storie finiscono male, perché hai imparato ad essere più caldo, a prevenire quella mano, che in fondo ti piace e ti fa sentire bene, così dici tu. Per giustificarti. Cerchi di toglierle i viveri, ma lei è anoressica e le fa solo piacere. E allora, cosa rimane da fare? Sai che faccio? Provo a descriverla come posso, descrivendo i suoi caratteri principali, com’è fatta, come cammina, cosa potrebbe pensare e alla fine, con mio grandissimo stupore, appare bellissima. Una mano fredda da amare. E lei, senza darmi il tempo per ascoltarla, per comprendere meglio, si scalda e diventa amore. Ed io ne rinasco.
Quello che leggerete è solamente il mio punto di vista che inizia e finisce dove inizia e finisce il mio corpo. Nulla di più e nulla ha a che fare con la verità assoluta, ma con la verità parziale, la mia e, solamente la mia. Questa precisazione serve a me per scrivere con l’io assertivo, orientato alla ricerca di senso e a voi per sindacare su questo mucchio di parole. E poi perché trovo l’assunzione di responsabilità un atto rivoluzionario.
La società contemporanea è ancora assoggettata a schemi antichi, ma non potrebbe essere diversamente, visto che le evoluzioni, le trasformazioni sociali e culturali sono lente e non sempre vengono “lette” con benevolenza, anzi spesso non emergono chiare neanche a chi possiede una buona pratica del sentire. La resistenza al cambiamento è dura e soprattutto non indolore. La cultura cambia non solo perchè ci sono persone che hanno detto e fatto cose, ma per un bisogno dell’umanità al di sopra del nostro controllo e gestione. Diversamente da chi afferma di credere solo a ciò che vede, io sono convinto che ci siano cicli energetici non vigilati che alternandosi rendono possibili azioni e pensieri. Abbiamo vissuto l’energia maschile con la sua bellezza ed il suo orrore, adesso siamo dentro un’era femminile anch’essa portatrice della polarità del bene e del male. Si vedrà.
Ogni giorno sento e leggo tantissime frasi del tipo: non ci sono più gli uomini e le donne di una volta, se sei un uomo devi fare così, se fossi una donna vera non gli avresti risposto, gli uomini e le donne vere si comportano diversamente e così via con una sequela infinita di gabbie mentali e programmi schiavizzanti, spesso autoinflitti (e questo è il vero dramma). Sempre in competizione, sempre una persona contro l’altra, sempre vivendo il mondo in verticale io sopra e tu sotto, o in orizzontale, ci sono prima io e tu, dopo. Uomini contro donne, donne contro uomini, uomini contro uomini e donne contro donne, in una spirale di violenza senza fine, quando in verità siamo tutti vittime a carnefici, oppressi e oppressori e insieme dovremmo aiutarci, vederci emotivamente, dare un segnale di presenza vera, soprattutto alle persone che ci stanno vicino.
Io penso al nostro mondo come uno spazio pluridimensionale, nel quale non esistono distanze, separazioni, sotto, sopra, ma bensì un movimento, probabilmente non a caso, anzi sicuramente non a caso, nel quale ci spostiamo laddove è presente qualcosa che dovrebbe farci evolvere. Le famose domande alle quali dovremmo dare una risposta, oppure esperienze, senza le quali rimarremmo impantanati, in caso non le capissimo, nello stesso magma della comfort zone e del loop.
L’evento che ha fatto emergere, più di ogni altro, il disegno cosmico del cambiamento, di un qualcosa in evoluzione contro il binarismo in ogni ambito del vivere è sicuramente la caduta del muro di Berlino. Avevo vent’anni e ogni colpo, visto in tv, inferto a quel maledetto muro era come se lo avessi dato anch’io, ero lì con loro e ringraziavo per ciò che stavano facendo. Sono rimasto incollato allo schermo per giorni con un senso di liberazione senza eguali e con la felicità di vedere le persone abbracciarsi (il gesto più bello in assoluto), perché in fondo siamo tutti, a quel livello, sulla stessa barca. Il muro è causa di una divisione decennale, non solo fisica, ma emotiva, energetica e spirituale. La caduta del muro di Berlino ha dato il via ad un rimescolamento di tutto ciò che era nella norma, né normale né giusto. Quanti muri sono presenti ancora nella nostra vita? Interni, tantissimi.
Come tutto, a meno che voi non lo vediate, si sta trasformando, in che cosa non si sa! Lo sapremo solo vivendo e la stessa conoscenza sarà in capo alle generazioni future, magnificamente immerse in un mondo molto diverso dal nostro. Magnifico! A dispetto di tutti quei boomer, sociopatici e avvizziti mentalmente, ancora sulla cresta dell’onda che vorrebbero insegnare a quelli più giovani come si vive per davvero. Poveri! Non accettano che dovrebbero farsi da parte.
Anche la sessualità vive, fortunatamente, questa evoluzione e non potrebbe essere diversamente. Politica, stati, filosofie, religioni e ideologie non potranno fare nulla per contrastare un movimento dell’anima e la volontà di autodeterminarsi delle persone in tutti gli ambiti della vita. Ci si libera sempre più dalle costrizioni millenarie, cioè dalla cultura dominante. Chi la chiama patriarcato, chi capitalismo (sono solo dei nomi) chi invece, come me, pensa che tutto ciò sia solo la punta dell’iceberg di qualcosa di più grande, più difficile da individuare, che permea ancora troppo tutto ciò che facciamo e che distanzia l’umanità dalla felicità.
Ci hanno detto da sempre che esistono gli uomini e le donne e che questi si comportano in un certo modo, accoppiandosi tra loro, creando la famiglia, facendo un certo tipo di sesso e che questo è composto dai preliminari e dal sesso penetrativo. Tutto ciò è falso. Estremamente falso. Il sesso con l’altra persona inizia quando affiora il desiderio e non è detto che la penetrazione sia, nel caso della coppia etero, ma anche nelle altre sessualità la componente più importante. Tutto ciò per difendere il bisogno millenario di controllo sui corpi, sia quello maschile, sia quello femminile per l’evidente necessità di avere bambini e bambine che possano continuare il gioco tradizionale dell’unione familiare. Ciò non vuole essere una diatriba nei confronti di chi si vuole unire in famiglia, ci mancherebbe altro, ma una spinta all’autodeterminazione in ogni ambito dell’esistenza.
Sempre più persone sentono una spinta verso altro e avere curiosità per l’esplorazione di sessualità differenti rientra a pieno titolo nel mood della contemporaneità e del futuro.
Tutto ciò apre le porte ad una meravigliosa pluralità di sfumature, altro che i sette colori dell’arcobaleno, con le quali dovremmo farci i conti integrandole nella cultura, nella lingua, nei gesti e nelle parole che scegliamo di usare.
In ultima e breve analisi tutto scorre e tutto si trasforma, quindi vi lascio con una domanda: Siamo pronti a ricevere la bellezza dell’unicità delle persone?